Il livido specchio del mattino

 

 

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venerdì, 04 dicembre 2009

I miei paesi baltici (parte IV - 3 capitali in 2 giorni)

Finalmente, dopo un lungo periodo, torno a scrivere. Questa è la penultima tappa, e se devo dire il vero, anche una delle più brevi. Oh, abbiamo fatto un sacco di chilometri in quei due giorni! Ma se già ero a un buon punto di scrittura a fine ottobre, ecco che a novembre a mala pena ho potuto respirare. Dunque, cose come questa, hanno slittato nel tempo. Ma ora ce l'ho fatta. A voi.

Settimo giorno

La mattina arriva presto il lunedì, dopo la notte al Prospekto. Facciamo in fretta i bagagli (oramai siamo ben allenati) e scendiamo per una nuova colazione lituana. Avendo già pagato la sera prima, pensiamo di poter andar via in fretta. Purtroppo il cortile è ingombro: una camion carico di vetri è parcheggiato dietro la nostra Polo e dietro di lui si sono infilate due macchine. Dobbiamo movimentare un po' di persone e aspettare una mezz'ora prima di lasciare il parcheggio del Senatoriai.
La meta immediata è Trakai, piccolo centro presso la capitale, dove c'è l'imponente castello del Granducato di Lituania, che sorge su un isolotto di quella regione ricca di laghi. Alla sera, come da mia lunga opera di convincimento, rientreremo in Lettonia, visto che la mattina successiva dobbiamo restituire la macchina all'autonoleggio e poi prendere l'Eurolines per l'Estonia. Visti i nostri tardi risvegli, non mi pareva il caso di dormire a 80 o più chilometri da Riga...
Puntiamo come al solito il navigatore verso la nostra meta, e lui dà il meglio di sé nel trovarci la scorciatoia più ingarbugliata e polverosa possibile. Dopo un primo tratto normale, ci fa deviare su una sterrata che ci porta sulla strada più delirante che abbia mai visto. E' asfaltata solo in centro carreggiata e quando si deve passare in due, entrambi devono mettere due ruote nella polvere. Ma non basta: dopo un po' la strada diventa un cantiere e solo una corsia ottiene il privilegio di un po' di asfalto, sempre che di corsie ce ne siano due, perché in qualche punto gli operai devono pur lasciare le loro escavatrici. Come ciliegina sulla torta, questa strada è comunque percorsa dalle corriere. Superata ormai la fase della meraviglia, delle imprecazioni e dello sgomento, percorriamo la mulattiera ridendo a crepapelle.
Finalmente si arriva nella località attorno a mezzogiorno: è una cittadina di casette di legno, in gran parte in buone condizioni, e spesso dotate di un molo con relativa barca. In effetti la guida ci racconta che è comune trovare gli abitanti che affittano barche e pedalò per una gita attorno al castello. Subito ci si presenta il problema del parcheggio: tutta la via principale, che corre a fianco del lungolago, è affollata e a pagamento. Uscendo dal centro, la musica non cambia e anche in mezzo ai campi c'è il parchimetro. Ritorniamo in centro dove troviamo posto, ma il prezzo è un po' salato. Prima di pagare, noto una bella ragazza che ci fa ampi gesti dallo steccato di casa e capisco che lei (come tanti altri) affitta il cortile come parcheggio ai turisti. Mi avvicino a lei che mi propone l'intera giornata a 10 litas. Gli chiedo quanto vuole per 3 ore e ci fa 5 litas. Affare fatto, la pago e ci sistemiamo lì. Lei si infila i soldi in una tasca e riprende a far moine agli automobilisti che passano.
Sul lungolago facciamo qualche foto approfittando del paesaggio e poi andiamo verso la passerella che porta al castello: lungo tutta la strada si affollano bancarelle, molte delle quali rivendono vecchi cimeli sovietici. Curioso trovare un simile mercatino in un angolo di Baltico così poco russo. Forse, penso, Trakai è diventata un po' il ritrovo dei disperati alla ricerca di qualche soldo dai turisti.
Arriviamo dunque al castello, che dall'esterno si presenta molto bello, quasi fatato. Dal cortile interno, parte della magia viene a cadere per il gran numero di bancarelle abbandonate (scopriremo dopo di aver mancato una festa medioevale svoltasi nei due giorni precedenti). Alla cassa, prendo il biglietto, mentre il mio compare scopre di non avere più contanti e di dover cercare un bancomat per prelevare. Mentre lui torna in paese, io inizio la visita. La gran parte delle sale visitabili sono situate nell'edificio principale, attorno a un piccolo cortile interno. Il materiale raccolto espone non solo la storia del castello, ma di tutto il territorio, dall'età della pietra in avanti, focalizzandosi ovviamente sul periodo del Granducato. Mentre esamino per bene ogni sala, guardo dietro un pesante portone mezzo aperto e ci trovo la Signora che Sgranocchia Dietro le Porte: questa tizia, probabilmente dello staff del Castello, era lì che si nascondeva a prendersi un tè.
Poco dopo, mi squilla il telefono, è $SiMaForseNo che ha trovato i soldi e richiede il mio ritorno all'entrata. Lo vado a prendere e gli faccio da cicerone per le sale che ho già visitato. Poche altre stanze, e abbiamo finito con quelle dell'edificio principale. A questo punto, troviamo con qualche difficoltà un altro percorso di visita lungo un lato del cortile maggiore. Queste sono più che altro sale a tema (sulle ceramiche, sulle pipe, sugli arredi, eccetera) più che sul castello. Troviamo nuovamente la Signora alle prese con tè, piattino e rumorosissimi wafer e un altro tizio curioso, il Custode Dormiente. Se devo trovare un difetto alla Lituania e a Trakai in particolare, è la sensazione di scarsa capacità di valorizzare il loro patrimonio. Possibile che un castello così importante debba essere gestito da pensionati che devono mangiare di nascosto? E che con tutti quegli spazi ci siano così poche sale da vedere, e pure disposte in modo poco chiaro?
Quando usciamo è primo pomeriggio, e andiamo a pranzare in un ristorantino sul lungolago. Visto che, ignominiosamente, in tutti questi giorni non ho mai provato formaggi, me ne prendo un piatto con un ultimo kvass (che poi non troverò altrove). Si discute un po' e si decide di provare a far un salto alla Collina delle Croci, che ci è più comoda rispetto al castello di Rundāle, vicino a Bauska, in Lettonia. Mentre finiamo il nostro pasto sullo sfondo del placido lago, ci rendiamo conto di una moda che ha preso piede fortemente in Lituania: il doppio colore (nero e biondo) dei capelli di molte ragazze: quella che prima ci poteva sembrare banalmente una ricrescita, vediamo invece che è decisamente voluto, visto che hanno la coda interamente nera, e il resto dei capelli interamente biondi.
Andiamo a recuperare la macchina nel cortile, spendo le ultime litas in una bottiglia di aranciata e partiamo. Facciamo puntare al navigatore una località che la mia guida segnala come la più vicina alla Collina della Croci, anche perché si rifiuta di prendere come destinazione Šiauliai(che sia perché aveva un aeroporto militare russo?). Viaggiamo piuttosto tranquilli per un po' di tempo tra cittadine dai nomi sconosciuti, finché il navigatore ci avvisa che siamo vicini. Strano, penso. E a ragione, perché ci dice che siamo arrivati a destinazione nel bel mezzo del nulla. Torniamo indietro al primo centro abitato e prima di riuscire a chiedere indicazioni a qualche passante, mi rendo conto di dove siamo: decisamente lontani dalla nostra meta. Siamo ormai molto vicini a Joniškis, più prossimi al confine di stato che non a Šiauliai, e per andare alla Collina ci servirebbero almeno tre quarti d'ora. Facendo due conti, capiamo che tra andare, visitare e dirigersi al nostro pernottamento faremmo tardi. Rinunciamo, maledicendo la Prestigio.
In poco tempo superiamo il confine di stato, e in quaranta minuti siamo a Jelgava, quinta città lettone. Facciamo un giro in macchina, prima di raggiungere l'albergo, che esteriormente non convince il mio compare. Da dentro invece è molto bello, ancora di più lo è la receptionist. Lei ci dice che di lunedì non c'è praticamente niente la sera (a parte il ChocoSaltAndPepperClub) e per mangiare probabilmente c'è solo il Čili Pizza. Il mio compare è sempre meno convinto. Facciamo un giro in centro, dove c'è un'area pedonale molto ordinata e pulita dove i jelgavesi passano gli ultimi minuti prima di rincasare per cena. Effettivamente non c'è molto da visitare, ma si tratta alla fine di pernottare una notte. Facciamo per andare in albergo per prendere la stanza, ma al momento di una svolta a sinistra, ci rendiamo conto di non poter girare (prima l'avevamo fatto senza accorgersi del cartello e $SiMaForseNo inizia a temere per una multa). Superiamo un semaforo, alla ricerca dello svincolo per tornare verso l'albergo. Chissà perché, ma il mio compare non lo vede per tempo e tira dritto. Così visto che oramai siamo sulla strada per Riga, continuiamo e andiamo a farci un'ultima serata in capitale.
Mentre arriviamo, prenoto telefonicamente una stanza alla Guest House Jakob Lenz, una delle sistemazioni che avevo già adocchiato a dicembre. Siamo un po' fuori, vicino allo stadio dello Skonto, ma le stanze sono splendide e indubbiamente devo aver assorbito un po' del loro gusto nel decidere per gli arredi di casa. Quando usciamo, è già tardi. Prendiamo la macchina, parcheggiamo vicino a Vecriga, e andiamo a cenare da Jana Seta, dove i crucchi locali ci servono una tarda cena ad elevato costo. Poco male, il piatto di carne servito con ananas e altra frutta è da leccarsi i baffi. Nonostante tutto, sono felice di essere a Riga piuttosto che nella periferica Jelgava. La vita, anche di lunedì è frizzante ed elegante. C'è sempre qualche buttadentro per le strade, ma oramai li conosco e mi permetto di prenderli anche un po' per il culo. Concludiamo la serata al Biergarten in Līvu Laukums, dove mi prendo un ultimo Balsamo Nero. Ritornando, sbagliamo portone (la Guest House esteriormente è un condominio) e per errore suoniamo a casa di qualche povero lettone...


Ottavo giorno

Il risveglio è tranquillo: abbiamo tutta la mattina per far le valigie, e andare a restituire la macchina, anche se prima dovremo dargli una pulita. Io decido che approfitterò di essere nuovamente a Riga, per andare a cercare una "Latvian grammar for English-speakers" nella libreria Jāņa Rozes in Elizabetes Iela.
Mi sveglio presto, preparo la valigia e scendo a far colazione con $SiMaForseNo. Poi lui risale, mentre io vado a informarmi nel vicino Car Service per lavare la vettura. Torno indietro, pensando se provare ad andare a piedi alla libreria, lasciando l'incombenza del lavaggio al mio compare dormiglione. Ovviamente lui non è d'accordo, non vuole neanche andare al Car Service: prendiamo la macchina, andiamo a un Dinaz vicino e dopo aver fatto il pieno, lui va a comperare uno straccetto per dare una passata alla macchina. Peccato che sia così tirchio da prendere solo dei panni per i vetri che sporcano più di prima. Mi tocca tirar fuori la carta di credito per comprare degli stracci adatti e in un quarto d'ora di lavoro sotto la pioggia finiamo.
A questo punto, mi tocca insistere per convincerlo a fare tappa alla libreria. Arriviamo in Elizabetes Iela, lui accosta e mi fa scendere, rimanendo in macchina per evitare di pagare il parcheggio. Dopo un po' di ricerche, trovo la mia meta, ma scopro che, a differenza di quello che dice la guida, per i corsi di lettone  devo andare alla sede di Barona Iela. Per fortuna, è lì vicino, e in un attimo vado, compro e torno.
Abbiamo ancora una mezz'ora per consegnare la vettura, più un'altra mezz'ora per prendere l'Eurolines. Ma vuoi l'inesperienza, vuoi il fatto di trovarsi in terra straniera, aggiungici il solito navigatore che non ci aiuta, ecco che arrivati nella zona dell'autostazione (che, ricordo,  è anche quella del Centrālais Tirgus), non troviamo dove entrare. Si gira in tondo, e l'unica via per andare nella direzione a noi utile è senso vietato. Provo a impostare il navigatore in modo tale che includa le strade ad uso dei mezzi pubblici, ma oramai il mio autista non ci capisce più niente. Mi faccio lasciare presso il mercato e vado verso l'ufficio di AddCarRental per parlamentare. Quando arrivo là, dopo un po' di coda, provo a spiegare il mio problema alla flemmatica ragazza allo sportello, e prima che lei riesca ad attivare i neuroni, mi arriva alle spalle $SiMaForseNo che nel frattempo ha sistemato tutto, pedinando un autobus e infilandosi dietro di lui nel
passaggio sbarrato.
Ora, sudati e umidi di pioggia, non ci resta che aspettare il nostro autobus extra-lusso. Siamo però senza cibo e ci aspetta un lungo viaggio; il mio compare corre a cercare panini, ma tornerà a mani, non avendo più contante. Saliamo dunque sul bus, dove, a parte una macchina per le bevande, non ci sono altri punti ristoro. Il viaggio inizia tranquillo, seguo la strada finché usciamo da Riga, la saluto per la seconda volta, e poi mi immergo nello scrivere i primi appunti da cui ho basato i resoconti fin qui pubblicati, con l'accompagnamento di un po' di musica e il calore di un paio di cioccolate della macchinetta.
Mentre il bus va, ogni tanto alzo la testa per guardare fuori dai finestrini, e il panorama è sempre quello tipicamente boschivo della Lettonia. Ben presto arriviamo a Ainaži, l'ultimo centro prima del confine. Confine che mostra subito di che pasta sono fatti gli estoni: infatti, se il posto di controllo lettone è deserto, quello estone è stato trasformato in un peculiare fast-food. Gli estoni hanno proprio il fiuto per gli affari. Anche in questa occasione, notiamo immediatamente il passaggio ad un'altra nazione: adesso i paesini che si susseguono sono molto ordinati, e la sensazione è quella di un benessere ben  più saldo.
Si fa una breve sosta a Parnu, la Rimini locale, che per un certo periodo è stata nei nostri itinerari. Scendiamo alla ricerca di cibo, ma non ci va per il verso giusto: il primo chiosco non accetta né carte di credito né euro; al secondo c'è una coda troppo lunga per i nostri tempi. Arriveremo così a Tallinn alle 17 senza aver mangiato altro che la colazione al Jakob Lenz.
Il primo contatto con la capitale estone è freddo: ha l'aria anonima, e l'architettura tra il bislacco e lo sciapo. Si fa notare soprattutto per uno strano palazzo di pietra grigiastra sormontato da un container di vetrocemento. La stazione dei bus internazionali ha l'aria provinciale, e il tram che prendiamo è decrepito. Pure il cambiavalute si è comportato in modo strano, dandoci le corone senza nemmeno guardarci in volto e senza nemmeno uno straccio di ricevuta, manco fosse un abusivo. L'unica nota di colore è proprio la valuta estone: usano praticamente solo banconote! La più piccola (2 corone) vale più o meno 14 centesimi di euro.
Tornando al nostro viaggio in tram (guidato, come è frequente nei paesi baltici, da una donna) ci troviamo nella difficile situazione di non sapere dove scendere. L'indirizzo che abbiamo è incompleto: Rozeni 13. Ma Rozeni cosa? mi dico. Via, Piazza, Corso, cosa? Il mio compare, che dovrebbe saperne più di me, tentenna. E tra gli altri passeggeri non si trovano anglofoni. Ma saranno tutte russe qua? mi chiedo. Finalmente, troviamo una giovincella che ci capisce e che ci fa scendere subito per tornare indietro di due fermate. Finalmente atterriamo, scendendo nel bel mezzo di una grossa a via a 6 corsie (Mere puiestee? non ricordo), dovendo evitare gli automobilisti che sfrecciano.
Mentre guadagniamo il marciapiede, $SiMaForseNo adocchia un chiosco e si fa un hot-dog. Io mi guardo attorno sconsolato. Gli edifici attono a noi sono di questa roccia grigiastra polverosa e triste. Sul marciapiede c'è un alto traliccio di legno marcio che regge un infinità di cavi. Un corvo appollaiatovi gracchia verso di me. Mi pare di essere in uno sperduto paesotto di campagna nel bel mezzo della Slovacchia. Ci sono addirittura delle ragazze brutte che girano per strada. Oddio. Ridatemi Riga o Vilnius!
Quando $SiMaForseNo finisce di spalmarsi il muso di ketchup e maionese, mi avverte che dovremo nuovamente attraversare lo stradone dinanzi a noi per raggiungere l'albergo. Detto fatto, sbuchiamo in un angolo di suburbio industriale nel quale, svolta dopo svolta, troviamo il nostro Metropol. E per quanto incredibile, l'indirizzo che avevamo era già completo: Rozeni 13, senza via, corso o altro. E l'albergo è pure bello. La cosa che notiamo subito è l'atteggiamento estone: gli impiegati della reception non sprecano né parole né emozioni.
Saliamo, ci sistemiamo, giochiamo un po' con la tv e scendiamo per cena. Si va a vedere la celeberrima città vecchia. E questa, con mia grande delizia, spazza in un colpo solo tutti i miei dubbi del pomeriggio: è semplicemente indescrivibile. Dopo la deludente impressione avuta prima, vedere Raekoja Plats, Pikk, Lai, Viru e tutti gli altri viottoli, mi fa cascare gli occhi dalle orbite. Non esiste nulla di paragonabile, se amate il medioevo e gli edifici di quell'era. Guardiamo i listini dei più noti ristoranti medioevali, tutti piuttosto cari. Dopo qualche dubbio, ci lanciamo nel più prestigioso: l'Olde Hansa, praticamente un monumento nazionale. Dentro, non una luce artificiale, non oggetto industriale, niente. Tutto, dai lumini, ai tavoli, alle stoviglie, all'abbigliamento dei camerieri, alla musica è medioevale. E ovviamente, il cibo. Gli stessi menu (disponibili in ogni lingua) sono praticamente degli oggetti d'arte, dei codici miniati ricchi di illustrazioni e di versi. Evito i piatti di carne più cari (l'orso veniva da solo quasi 45 euro, ma comunque mai mangerei un animale tanto intelligente), e mi butto su carne d'alce essiccata, un piatto di pollo, un dolce, una strepitosa birra alla cannella e una normale. Veniamo deliziati per qualche minuto dai musicanti che suonano su un alto palco a pochi passi da noi, e per terminare, prendiamo un liquore con frutti di bosco. Il conto vien fuori salato, quasi la metà dei soldi cambiati quel pomeriggio. Usciamo un po' brilli e un po' scornati per la spesa.
Fuori, la città già dormicchia, i locali sono principalmente chiusi, e passiamo non più di mezz'ora al Nimega/Nimeta (la storia di questo doppio bar ve la racconto un'altra volta), dove ci prendiamo uno shot. La gioventù estone perde la sua serata lì dentro e dopo un po' entra un anziano signore che catalizza l'attenzione di molti. Non so chi sia, ma lo ribattezzo L'Uomo che ha Scuoiato il Divano, visto il curioso completo di velluto arancione.
Usciti di lì, le strade sono deserte, e abbiamo giusto tempo a vedere una piazza, con una curiosa grossa croce bianca in cima ad una colonna, nella quale un gruppo di operai si sta apprestando a montare degli spalti. Dubbiosi sulla vitalità degli estoni, ce ne torniamo in albergo.

E con questi "misteri" su Tallinn, vi dò appuntamento all'ultima puntata. Tallinn, Tallinn, Tallinn!

postato da: Angkarn alle ore 01:49 | link | commenti
categorie: mylife
venerdì, 09 ottobre 2009

I miei paesi baltici (parte III - Vilnius)

Quinto giorno

È sabato mattina e a Palanga ci svegliamo più tardi del solito, non avendo la colazione che ci aspetta. La mia speranza di visitare la grande chiesa su Vytauto gatvė si spegne contro l'urgenza di muoverci verso nuove mete. Nel parcheggio dell'albergo vediamo la prima macchina italiana in tutti quei giorni, una Panda con targa inglese. Ci mettiamo in movimento: in giornata dovremo tagliare diagonalmente tutta la Lituania per arrivare a Vilnius. Sulla strada costiera del Baltico attraversiamo qualche paesino e prendiamo la decisione (con mia pena) di non passare per Klaipėda, la terza città per dimensioni della Lituania, nonostante i pochi chilometri che ci separano.
Finalmente, dopo poche decine di chilometri, arriviamo nella prima vera autostrada degna di questo nome, l'A1 lituana che ci porterà fino a Kaunas: due corsie, piana e gratuita. Peccato che si rimetta a piovere con violenza, tant'è che ben presto decidiamo di riparare in una stazione di servizio (sarebbe ingannatorio chiamarlo autogrill). Quando siamo dentro, visto che è quasi mezzogiorno e abbiamo saltato la colazione, decidiamo di fermarci a pranzo. La cucina è casalinga e propone anche i tipici cepelinai, gli gnocconi ripieni a forma di zeppelin. Quando arrivano i nostri opulenti piatti di carne (classiche bistecche impanate con strato superiore di formaggio fuso e verdure varie), mi rendo conto che mangerò solo quello e chiedo di non portarmi più l'insalata di pomodori. $SiMaForseNo si rende conto che, per una volta che aveva ordinato qualcosa che non avesse cipolle o funghi (che gli stavano uscendo dalle orecchie), abbiamo invertito i piatti ed è nuovamente alle prese con le cipolle. Arriva poi il piatto di cepelinai: due gnocconi lunghi almeno dieci centimetri. Li assaggia e poi me li fa provare: sono tremendi. La pasta esterna sembra polenta impastata con mastice e truciolato, la carne dentro è un tritato di chissàcosa. Decisamente meglio la cucina lettone.
Finito il pasto, ripartiamo con un tempo ancora incerto. Continuiamo a tirar dritto verso Vilnius, nonostante la mia proposta di andare verso la Collina delle Croci vicino a Šiauliai; la volontà è ormai quella di arrivare entro le 16 alla capitale per trovare l'Ufficio Turistico aperto. Io vorrei cercare l'albergo con il telefono del mio amico, ma poi lui si lamenta che costa troppo e lascio perdere. Passiamo vicino a Kaunas, il secondo centro nazionale, che da fuori ci dà un'impressione di città prettamente industriale e grigia.
Finalmente, dopo un'ultimo tratto di statale, si arriva in prossimità delle tangenziali di Vilnius. Quando ci fermiamo da uno Statoil per far benzina e controllare la pressione della gomma maledetta (tutto ok, per fortuna), pioviggina ancora. Ripartiamo puntando il navigatore verso l'Ufficio Turistico e lui ci conduce per strani rami della tangenziali chiusi durante i giorni lavorativi (per fortuna, è sabato).
La città ci appare meno grandiosa e un po' più disordinata di Riga, e qualche dettaglio ci fa sentire decisamente all'Est, come la visione di due operai a bordo strada che riparano un filobus in servizio. In compenso, notiamo che la città non è totalmente piana, e al centro si arriva scollinando dalla periferia. Per arrivare all'ufficio turistico, giungiamo in pieno centro, in una via che, curiosamente, presenta parecchio posto gratuito per parcheggiare. Nelle vicinanze c'è un brutto palazzone che scoprirò poi essere l'ambasciata bulgara. Appena scesi, viviamo un attimo di terrore perché il mio compare crede di aver perso il portafoglio, ma lo ritroverà prima di arrivare alle lacrime. Ma la sfortuna ci bussa nuovamente alla porta, perché, nonostante siamo arrivati in abbondante anticipo, l'ufficio turistico è chiuso. Effettivamente è ferragosto, però... Ci rassegniamo a rimetterci a cercare un posto per la notte porta a porta: a ogni modo, durante il viaggio avevamo già trovato disponibilità, seppur a caro prezzo. Scendendo per Vilniaus Gatvė noto che anche qui, come a Riga, ci sono cartelli che indicano di parcheggiare mettendo la punta o il lato destro della macchina sopra il marciapiede: addirittura, ci sono i cartelli che indicano quando invece non bisogna salirci. La nostra ricerca inizia con un sold out, ma al secondo tentativo troviamo l'albergo Senatoriai, in cui accettiamo la proposta di pernottamento a 250 Litas al giorno con colazione. Saranno stati i dolci occhioni della donna della reception? A ogni modo, la tizia ci mostra la piccola stanza nella mansarda in legno (che fatica salire là coi bagagli, senza ascensore su una scala a chiocciola...) ed è tanto gentile da aprirmi il divano per avere un posto letto in più. Dopo esserci trasferiti, usciamo per fare una prima visita della città e ci rendiamo conto di pernottare nientepopodimenoché davanti alla Cattedrale di Vilnius! La costruzione presenta uno stile architettonico molto diverso da quello di Riga: è enorme, con una vasta piazza con la circonda, ma piuttosto spoglia di dettagli. A parte le grandi statue sulla fiancata, e sulla parte alta della facciata, è semplicemente muro liscio. Anche la torre campanaria non presenta finiture di pregio. In compenso la piazza su cui si trova è un grande ritrovo di persone, in particolare giovani che fanno varie attività (break-dance, trial in bicicletta, pattinaggio, skate). Salta subito all'occhio come le tipologie di giovani siano molto più varie rispetto a Riga: non mancano dark, metallari, hip-hoppers... e soprattutto parecchi gruppi di gente vestita davvero in modo strano. L'atmosfera, come avrò modo di verificare anche più avanti, mi ricorda Parigi. Seguendo le indicazioni della guida, mi metto alla ricerca della famosa piastrella diversa, quella che indica la fine della catena umana che nel '91 congiunse Vilnius a Tallinn, passando per Riga. Questa, racconta l'autrice, ha il potere di realizzare un desiderio, se si compie su di essa un giro completo su sé stessi in senso orario. Classico rituale apotropaico da grande città, come pestare le palle del toro in Piazza San Carlo a Torino. Dopo aver guardato per terra mentre procedevano sulla fiancata verso il monumento a Gedimino (il leggendario creatore della città, che appare ovunque con il suo cavallo e il lupo) e il Museo inaugurato qualche mese prima (e ovviamente chiuso), noto delle persone che fanno giri su sé stessi. Li raggiungo, mi metto in coda, e compio il gesto, esprimendo il mio desiderio. Per rispettare la tradizione, non posso dire dove si trova la piastrella.
Prima di proseguire il giro, facciamo un breve tour per negozi alla ricerca di burrocacao per il mio compare. Ovviamente quello che troviamo non gli va bene, e di farmacie aperte non ce ne sono (e nemmeno un Drogas). Torniamo alla Cattedrale e da lì seguiamo gli indigeni per Pilies Gatvė, una delle vie più belle di Vilnius: un lungo viottolo stretto, interamente pedonale e ricco di caffé e locali. Di qui giriamo per la zona dell'Università e rimango stupito quando vedo uno stupendo palazzo che ritengo essere il palazzo principale dell'Ateneo; il giorno successivo però riuscirò a capire che si tratta del palazzo presidenziale.
Proseguendo, arriviamo alle chiese di Sant'Anna e di San Bernardino, che hanno la particolarità di essere appiccicate (la prima sorge praticamente su un lato del sagrato dell'altra). La Chiesa di Sant'Anna è un gioiello di gotico francese, l'altra è forse l'esempio più tipico dell'architettura barocca di Vilnius. Mi rendo conto a questo punto di essere vicinissimo al quartiere artistico di Užupis e non perdo l'occasione di andarci. Questo quartiere si è autoproclamato Repubblica Indipendente e ha una curiosissima costituzione, oltre a un inno, una festività (il primo aprile) e tutto quanto fa parte di una nazione. Il quartiere inizia dal ponte sul torrente Vilnele e sull'argine è presente la statua di una sirenetta; sull'altra sponda, su un lato dell'Užupio Kavinė c'è la targa che rende omaggio all'anima gemella di Užupis, Montmartre. Ci addentriamo per arrivare in Paupio gatvė a leggere la Costituzione, e nel mentre passiamo accanto all'Angelo di Užupis, il simbolo della Repubblica. La Costituzione, scritta in 5 o 6 lingue, meritava una fotografia, ma essendo incisa nel metallo lucido, rende impossibile l'operazione. Ma ricorderò sempre uno degli articoli: "Un cane ha diritto di essere un cane."
Ritorniamo in centro, dove continuiamo a vedere gruppi di giovani (specie ragazze) vestiti in curiose fogge: alcune ragazze in gruppo, tutte vestite di nero e con vistose autoreggenti, un altro gruppo vede una dark e una ragazza vestita da cinesina, con tanto di ombrellino di carta. In Pilies Gatvė assistiamo a uno spettacolo di un gruppetto jazz eccezionalmente bravo, a cui si accompagna un curiosa coppia (lui orientale, lei nordica che più nordica non si può) che balla sulle loro note. Prima di rientrare in albergo, visitiamo il parco dietro la cattedrale, la Collina di Gedimino, su cui sorgono rovine di due castelli medioevali. Dalla cima possiamo osservare il panorama della città e scattare qualche foto, anche a una turista solitaria che mi sceglie come suo ritrattista.
Rientriamo in albergo e iniziamo a discutere sul locale dove andare a mangiare: ci incuriosiscono il Lokys, dove cucinano anche il castoro, o il Čili Kaimas, dove c'è un allevamento di galline. Di fatti gireremo a lungo, anche perché il Lokys si presenta completamente vuoto e il Čili Kaimas completamente occupato. Nella piazza del municipio (o meglio ex-Municipio) c'è una grande serata di musica dal vivo e tutti i ristoranti hanno il dehors al completo. Alla fine andremo verso le 22.30 in un ristorante in Pilies Gatvė che sembra piccolo, ma è un formicaio all'interno.
Qui mi butto su quello che è forse il piatto più caro del locale, l'anatra alla griglia, servita con la solita ampia scelta di verdure e salse. Purtroppo per noi sperimentiamo la sbalorditiva lentezza del servizio lituano, capace di farci aspettare prima mezz'ora per portarci il menu, e poi un'ora abbondante per il cibo. Concludiamo provando un amaro locale: scegliamo il Palanga, che evidentemente non è una consumazione tipica, visto che il barman lo cerca per cinque minuti buoni.
Quando usciamo, Vilnius è già mezza spenta. Nella piazza del municipio, il concerto è finito e i dehors si svuotano. Ci mettiamo alla ricerca di un music bar lì vicino, ma finiamo in una via completamente buia e ce ne andiamo presto. Gli unici locali che troviamo sembrano essere i soliti club erotici: un buttadentro ci segue per un po' per portarci nel suo locale, poi quando gli dico di essere molto stanco, mi consiglia allora, con sincera partecipazione, di andare a riposare per essere in forma la sera successiva. Ma il mio compare non ci sta ad andare a letto presto il sabato: vuole assolutamente vedere il Galaxy, famoso disco-club in stile sovietico. Per fortuna mia, risulta introvabile e possiamo rientrare, non prima però di aver incrociato la classica figona lituana che ci chiede una sigaretta, che ovviamente non abbiamo. Io sono talmente a pezzi che avrò bisogno di farmi tradurre la sua reazione stizzita dal mio amico.

Sesto giorno

È domenica mattina, e il sole splende più bello che mai. La nostra prima colazione al Senatoriai ci vede prendere contatto con le crêpes lituane (l'ho detto che sono fissati con la Francia, no?). Io le provo con le banane (e mi troverò dinanzi due banane avvolte nella pasta da crêpes), il mio amico le prende con il curd, che non sappiamo cos'è e scopriremo essere la cagliata. Nei 30 litas spendibili nella colazione, facciamo rientrare anche succo di frutta e yogurt.
Quando usciamo, si decide di compiere un ampio giro per tutta la capitale, visitando meglio quanto visto ieri di sfuggita, e tutto quanto ancora non visitato.
La prima meta è il Palazzo Presidenziale, dove incrociamo un grosso gruppo di turisti italiani. Ne approfittiamo per ascoltare la descrizione fatta dalla guida turistica. È quasi mezzogiorno, e così riusciamo ad assistere al cambio delle bandiere: una cerimonia che dura almeno una mezz'ora, con rappresentanti di marina, esercito e aeronautica, più un gruppetto di armigeri vestiti come soldati medioevali. Bellissima. Dopo vorrei andare a visitare i cortili dell'Università, ma chiedono un biglietto esoso e allora proseguiamo per la zona del piccolo ghetto. Vilnius, in effetti, per il gran numero di ebrei, era nota come la "Gerusalemme del Nord". Il quartiere è piccino, con strade strette e ordinate, ma non presenta granché da vedere, a parte i luoghi in cui è vissuto Gaon, uno dei più grandi rabbini di ogni tempo. La cosa più interessante ci capita quando veniamo avvicinati da una famiglia di spagnoli che ci chiedono indicazioni: per una volta non abbiamo bisogno di usare l'inglese, e posso lasciar parlare il mio amico.
Raggiungiamo poi l'ex-municipio dove il giorno prima c'era il concerto (il nuovo municipio è stato spostato a nord del fiume Neris, nel quartiere Šnipiškės) e che ora fa da Ufficio Turistico. Da qui seguiamo allora Didžioji gatvė per raggiungere la Porta dell'Ambra. Questa strada è una sequenza ininterrotta di chiese di ogni fede cristiana: per prima vediamo la Chiesa di San Casimiro, che (se non erro) era frequentata da Dostojevskij. Poi, arriviamo alla Chiesa Ortodossa del Santo Spirito: sarebbe una chiesa come tante, ma è praticamente l'unica russa in tutto il centro di Vilnius e una delle poche non cattoliche. Dentro e fuori si affollano russi devotissimi (alcuni di questi non solo fanno diversi segni della croce prima di entrare in chiesa, ma addirittura prima di metter piede sul sagrato!), all'interno si fa notare l'altare di un curioso color verde.
Poco più avanti, una grande quantità di persone si accalca davanti alla cattolica Chiesa di Santa Teresa (ma quanto durano le messe in Lituania?), e ancora oltre, proprio sopra la Porta dell'Ambra, vediamo la Cappella della Beata Vergine dove donne supercattoliche vengono a pregare camminando sulle ginocchia su per le scale. Prima di tornare indietro, mi faccio scattare una foto con una statua di cera che ritrae un soldato perplesso. Mentre che mi metto in posa, arriva il classico turista italico paisà che chiede aiuto al connazionale. Il tizio mi parla di un fantomatico mercatino dove si trova la roba a buon prezzo e mi chiede se so dove si trovi. Cerco di indirizzarlo verso un mercato indicato dalla guida e poi mi dileguo nella folla.
Mentre siamo in zona, proviamo a cercare i Bastioni dell'Artiglieria, ma non troviamo granché di interessante: i Bastioni sono mal conservati e qualche incivile li usa come discarica; in più il Museo delle armi e dell'artiglieria è chiuso.
Il pomeriggio avanza ed è ora di pranzo. Considerata tutta la carne già mangiata, voglio andare a mangiare una bella insalata da un Double Coffee. Questa catena lettone di caffetterie mi aveva già incuriosito parecchio ed ero ben deciso di provarla almeno una volta. Il menu (il "Double Coffee Times") propone moltissime insalate, tutte con pesto genovese. Ne prendo una con una bottiglietta di acqua Vichy, tanto per evitare la birra, anche se mi costa di più (ma la bevanda più cara è... l'acqua Panna!). Il mio compare osserva per un po' la lunga lista di cepelinai, ma poi prende un più tranquillo toast. Anche qui, però la lentezza lituana si fa notare, e rimaniamo al tavolo per quasi due ore.
Quando ci alziamo da tavola, nonostante iniziamo a sentire le gambe pesanti per le lunghe camminate, puntiamo verso Vilniaus Gatvė, ossia la zona dalla quale siamo arrivati il giorno prima in macchina. Qui troviamo un'altra chiesa cattolica, la Chiesa di Santa Caterina, vicino ad un piccolo giardino. Per la strada, notiamo uno dei negozi che affittano i Segway: se a Riga ogni tanto se ne vedevano in giro, qui a Vilnius è davvero frequente veder passare queste ragazze con la maglietta rossa che pubblicizzano il veicolo elettrico, che però sembra proprio non prendere piede.
Rialzandoci dalle panchine, facciamo ancora uno sforzo e andiamo a vedere il busto di Frank Zappa in Kalinausko Gatvė. Per raggiungerlo, ripassiamo attorno all'ambasciata bulgara e quasi mi meraviglio rendendomi conto di quanto in sole 24 ore è cambiata la mia conoscenza di Vilnius: il giorno prima mi pareva di essere in un angolo deserto di una nebulosa capitale dell'Est, ora mi pare di essere nel centro di una cara e familiare città! Visto il busto (messo in una zona ancora non troppo ripulita dal passato...), decidiamo di concederci un break con un gelato in un bar del centro. Andiamo così in Pilies Gatvė dal Gaucho Sano, un locale argentino (infatti il servizio è velocissimo). Mentre siamo lì, veniamo ritrovati dal paisà, che questa volta ci chiede se conosciamo un albergo che abbia posto per dormire... Ahò, ma che sono, l'Ufficio Turistico?
Decidiamo di compiere un ultimo giro e i nostri piedi ci riportano alla Chiese di Sant'Anna e San Bernardino, viste il giorno prima di sfuggita. Decidiamo di visitarle, per quanto possibile, visto che la prima è tutta un ponteggio, e anche la seconda presenta parecchi lavori all'interno. Quest'ultima è comunque aperta e molto bella, ci lascerò qualche monetina come donazione.
Sulla strada per tornare in albergo, il mio compare inizia a pensare che non sarebbe male andare a cena una volta con qualche ragazza, giusto per non essere sempre solo noi due. In effetti, penso, per conoscere un paese, è importante anche conoscere i suoi abitanti. Dunque, mentre passiamo per il parco sotto la collina di Gedimino, vado a far due chiacchiere con un paio di ragazze sedute sull'erba. La prima, Christiana, interrompe di mangiare la sua baguette e starà per tutta la mezz'ora seguente con il panino in mano senza darci nemmeno un morso. Chiacchierando, veniamo a scoprire il perché non trovavamo il locale cercato la sera prima: è da poco andato distrutto in un incendio. Proviamo a invitarle a cena, ma Christiana ci fa capire che la sua cena ce l'ha già in mano. Ci dicono che quella sera non usciranno, ma ci svelano che un locale molto frequentato dalle ragazze per bene sono i wine-bar. E ci chiariscono anche che i gruppi di giovani vestiti strani sono effettivamente ragazzi e ragazze che celebrano addii al celibato e al nubilato. È piuttosto comune, mi spiega Else, sposarsi attorno a Ferragosto.
Le salutiamo infine, non prima di aver scattato delle foto, e ritorniamo in albergo per la serata. Alla tv apprendiamo che Bolt si prepara a battere nuovamente il record del mondo quella sera, ma noi non potremo vedercelo. Questa volta cerchiamo di non perdere tempo e andiamo a cena da Markus ir Ko, un ristorantino inglese consigliato dalla guida. Infatti quando vi arriviamo contiamo ben due Lonely Planet su un totale di sette o otto tavoli; una è quella di una coppia italiana, forse romana. I prezzi sono però decisamente più elevati della media, e per stare sotto i 25 euro a capa, prendiamo alcuni tra i piatti meno cari. Ad ogni modo, ottimi.
Visto che sono due sere che non andiamo a ballare, ci tocca andare questa volta. Finiamo in Gedimino Prospektas, al Prospekto. Mentre siamo in coda, veniamo raggiunti da un tizio che ci apostrofa subito con "Cosa succede?" senza neanche dubitare della nostra nazionalità. In effetti capiremo il perché. Dentro il posto si presenta come una specie di disco-pub, con una piccola pista dove ballano solo alcune ragazze di una festa al nubilato. Prendiamo da bere e scopriamo di non avere più moneta locale. La cameriera va a chiamare un tizio che ci si rivolge in italiano, prende i nostri euro e ci dà il resto in litas. A quel punto notiamo che il tizio torna a servire dietro il bancone, dove sono esposti gagliardetti e maglie del Lecce... Sì, il Prospekto è decisamente un posto da italiani. La sera si movimenta, in pista ci sono sempre più lituane a ballare e pian piano le raggiungono gli italiani. Anch'io alla fine finisco per ballare con una ragazza, lasciando la giacca su un appendiabiti, ormai non più diffidente verso gli indigeni. Dopo un po' di tempo però, dopo essermi messo al tavolo per bere un succo di frutta, mi rendo conto di non avere più il telefono. Guardo dappertutto, provo a interpellare il padrone italiano (che mi dice di provare a venire il mattino dopo, come se fossi ancora lì!), quando finalmente la cameriera, mi dice di averlo raccolto lei e me lo restituisce. Chissà in Italia come sarebbe andata a finire...
Rimango lì fino alle tre, poi la prospettiva delle poche ore di sonno mi riporta in albergo, dove, per fortuna, il già rientrato  $SiMaForseNo non ha ancora preso sonno e mi può aprire.

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venerdì, 11 settembre 2009

I miei paesi baltici (parte II)

Prosegue il viaggio...

Terzo giorno

Il giovedì ci svegliamo sotto un cielo grigio, come promesso dalle previsioni del giorno prima. Dopo una buona colazione (consumata vicino al tavolo a cui sedeva uno sceicco), andiamo a ritirare la macchina dall'autonoleggio. Per risparmiare qualcosina, avevo optato per la AddCar Rental, società lettone (credo...) legata a Eurolines e AirBaltic. I prezzi sono sostanzialmente più economici, e soprattutto il noleggio GPS è molto più a portata di mano che non con Hertz o EuropCar (7 euro al giorno contro 18). L'ufficio è quello dell'Eurolines, in Prāgas iela 1, vicino al Centrālais tirgus, il mercato coperto di Riga, che ha sede negli hangar usati un tempo per gli zeppelin.
Quando arriviamo a ritirare la vettura, verso le 11, abbiamo la prima sorpresa: si sono dimenticati di montarci il navigatore satellitare. Ci viene detto di attendere  venti minuti affinché gli venga portato. Ci sediamo nella sala d'aspetto dell'autostazione, dove notiamo la moltitudine di viaggiatori, per lo più di lingua russa, e i piccioni che svolazzano allegramente sopra un negozio di valigie. Passati i venti minuti, nulla di nuovo, così per ingannare l'attesa prima vado a comprarmi un libro da portarmi a casa (l'edizione lettone di "A man without a country" di Kurt Vonnegut) e dopo andiamo a visitare il mercato.
All'esterno degli hangar ci sono bancarelle di frutta e verdura: dominano la scena i meloni bianchi e i frutti di bosco, ma non mancano pesche, uva bianca e albicocche. All'interno troviamo molte bancarelle di latticini e formaggi (sorprendente il formaggio al pesto genovese!), ma la mia visita si ferma quando ci si avvicina alla zona del pesce: l'odore è così forte da impedirmi di continuare. Una cosa che notiamo poi quando visitiamo l'enorme reparto carni è che ai banchi di vendita non ci sono che donne, quasi tutte di mezz'età e piuttosto robuste. È questa la fine che faranno molte delle bellissime ragazze che vediamo in giro?
Finalmente a mezzogiorno ci viene consegnata la macchina, che anziché essere una Skoda Fabia con la pubblicità sulla carrozzeria, è una Polo bianca. Il navigatore consegnatoci è dello sconosciuto marchio Prestigio e parla anche italiano; il mio amico mi fa notare che forse una ruota sembra meno gonfia delle altre, ma dopo un test "a calci", decidiamo di fidarci e andiamo verso l'albergo, dove raccogliamo un po' di roba e decidiamo la nostra meta: la valle del Gauja, e specificatamente Cēsis.
Veniamo così a contatto con le strade lettoni, che non brillano certo per la praticabilità: ancora nel centro abitato di Riga affrontiamo un tratto di Brīvības iela pavimentato con grossi sassi, che fanno vibrare la macchina così forte da impedire di sentire ogni altro rumore. Più avanti, quando finalmente siamo sull'A1, scopriamo un'asfalto consumato, talvolta solcato da profondi solchi provocati dai camion e tutt'altro che drenante. Peraltro, nonostante dovrebbe passare per un'autostrada, ci sono passaggi pedonali, fermate dell'autobus e pure semafori! Il paesaggio è boschivo: per tutto il viaggio corriamo tra due ali di foresta, tipicamente livone, solo a tratti interrotta da qualche ristorante e motel isolati. Inoltre, siamo accompagnati da una pioggia infida che ci costringe a rimanere tra gli ottanta e i cento chilometri orari.
Finalmente, dopo un'oretta e mezza, arriviamo nel centro di Cēsis. Sembra esserci solo posteggio a pagamento, ma proseguendo troviamo abbondante spazio presso un supermercato. La città è ovviamente meno elegante della capitale, gli edifici squadrati sono numerosi, e i marciapiedi ricchi di pozzanghere. Seguendo però i consigli della guida, scendiamo per Rīgas iela, dove si svela il lato romantico della città, con una lunga serie di antiche case di legno. Ci mettiamo poi alla ricerca dell'antica Chiesa di San Giovanni, risalente al XIII secolo: la troviamo chiusa ma ne approfitto per scattare qualche foto. Lì vicino, un chiosco vende cibi caldi e così facciamo un tardo pranzo (erano già le 15:30). Anche qui tutto buono, peccato che non abbiano la famosa birra locale, la Cēsu. Faccio conoscenza con la ragazza al banco, che, a differenza delle ragazze della capitale, non conosce molto l'inglese (anche se ci mostra il libro sul quale lo sta studiando). Metto alla prova il mio lettone, e riesco ad ottenere le indicazioni per arrivare al famoso Castello.
Arrivati là, leggo le indicazioni della guida, che dice che per visitare il maniero è necessario comprare il biglietto per un museo e da lì entrare nel castello. Vedendo una sola biglietteria, entriamo e compriamo i biglietti per la mostra di un pittore, tale Boris Bērziņš. Mentre la visitiamo, capiamo di aver sbagliato e che abbiamo regalato 2 lati per nulla. Usciamo e troviamo la biglietteria che ci interessa. Che peraltro oramai si è adeguata, e permette di visitare il castello, senza dover pagare il biglietto anche per il museo. Il Castello, di cui rimane per lo più il cortile e una torre, è una vera perla per chi è appassionato di Medioevo: personalmente, mi sono innamorato del posto. Tanto più che la visita si deve fare muniti di una lanterna, prontamente consegnataci da una ragazza abbigliata e ammantata in foggia medioevale. Nessun'altra luce è presente nella torre. Facciamo una visita completa della torre e mentre ispeziono il cortile inizia a piovere a dirotto. Aspettiamo al coperto che spiova e poi proviamo a visitare i "sotterranei" (dungeons), ma non troviamo che una botola, non propriamente agevole, che non conduce a nulla.
Andiamo poi a vedere i giardini, bellissimi, e con un laghetto in cui nuotano anatre e un cigno bianco. Usciti dal comprensorio del castello, troviamo un altro piccolo parco, molto curato, in cui invece ci fermiamo a far foto a un raro esemplare di cigno nero. Vista l'ora, ci dirigiamo finalmente verso il parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina e quando arriviamo, constatiamo che stanno montando delle strutture, probabilmente per un mercato, in tutta la piazza. A momenti ce la rinchiudevano!
Lasciamo Cēsis (e un pezzo di cuore) e sulla strada del ritorno, decidiamo di fare una pausa a Sigulda, la cosiddetta "Svizzera della Lettonia", per via del fatto che è il centro degli sport invernali. La città è pulitissima, molto ordinata, ma piuttosto anarchica: non ha un vero centro, e le cose meritevoli di una visita (grotte, pista di bob, eccetera) sono tutte fuori dal centro abitato. Ci accontentiamo di fare un giro panoramico, fotografare la Zaļša Maja (una casa verde di nome e di fatto) e metterci sulla strada di Riga. Il viaggio, nuovamente sotto una forte pioggia, diventa quasi un'avventura visto che la macchina inizia a sbandare in modo pauroso, facendomi seriamente dubitare sulla gomma che già alla mattina sembrava scarsa di pressione.
Arriviamo tardi in albergo e ci muoviamo velocemente per arrivare al Vermanitis (un self-service della catena Lido) prima della chiusura. In effetti siamo tra gli ultimi clienti e veniamo accolti con una certa freddezza. Poco male, il cibo è buono come sempre. Usciti di là, decidiamo di goderci un po' di tranquillità al Biergarten in Doma laukums. E' davvero speciale l'atmosfera che si vive in questi posti, molto frequentati ed eleganti, con ottimi drink e il sottofondo di musica suonata dal vivo. Per la prima volta noto un'usanza che poi osserverò per tutta la vacanza, ossia la possibilità di farsi portare dai camerieri una coperta per difendersi dalla frescura serale. A mia volta, mi difendo con un cocktail caldo e uno al Balsamo Nero.
Lasciata la piazza, il mio amico vuole prolungare la serata in una discoteca. Facciamo pertanto una lunga camminata fuori dal centro storico per arrivare all'Hot Rio, un club russo che si rivela totalmente deserto. Decidiamo pertanto di rientrare in albergo, nonostante che lui voglia provare uno dei locali sulla lista nera dell'ambasciata americana, l'Essential, peraltro prepotentemente sponsorizzatoci da un toscano incrociato sulla strada dell'Hot Rio. Sulla strada, passando a fianco di un parco, notiamo una quantità pressoché sterminata di negozi di fiori ancora aperti, tutti favolosamente ricchi di colori e profumi. In effetti, una delle cose che più mi erano saltate all'occhio in quei giorni di Riga è il gran numero di donne che rincasavano con fiori freschi in mano. Se il progresso e l'occidentalizzazione dovessero portare la presenza floreale a quella che si vede da noi, spero proprio che Riga rimanga all'antica.
Rientrando in albergo però, finiamo per passare davanti all'Essential, e a questo punto non riesco a trattenere il mio amico, che entra senza altri indugi, costringendomi a seguirlo. La discoteca è molto grande, ma lo spazio vitale è ridotto al minimo, visto che è sovraffollata. Ragazzi e ragazze giovani e giovanissimi, ballano techno e house, divertendosi come se non ci fosse un domani. I bar sono presi d'assalto e l'alcool scorre a fiumi. Purtroppo per i miei polmoni, è anche consentito fumare. Mentre la gioventù di Riga impazza, la maggior parte dei turisti (italici soprattutto) è visibilmente più matura e barbogia e si accende occasionalmente quando qualche lettone esuberante si fa avanti: durante la serata, in due occasioni, prima alle spalle, e poi frontalmente, due ragazze vengono a fare il solletico al mio amico. La timidezza qui non è di casa.
Usciamo dopo un paio di orette, quando il fumo e la stanchezza oramai mi hanno tramortito e rientriamo per dormire la nostra ultima notte a Riga.

Quarto giorno

È l'ultima mattina a Riga, e mi sveglio rattristato dal pensiero di dover abbandonare quella città, e quell'albergo che ci aveva così tanto coccolati. Tanto più che ci aspetta un lungo viaggio, al termine del quale andare a caccia di un pernottamento. E abbiamo una macchina poco stabile e un navigatore che si è zittito (troppe botte?). Il tempo è sempre coperto e dobbiamo rinunciare nuovamente alle spiagge di Jūrmala, una delle nostre mete prefissate.
Raccogliamo le nostre cose nelle valigie, facciamo un'ultima abbondante colazione e salutiamo il personale alla reception, lasciandogli le cartoline da spedire. Quasi non mi par vero di andarmene senza pagare nient'altro (nemmeno l'uso della sauna).
In strada puntiamo la vettura verso la città di Liepāja, sulla costa meridionale della Curlandia. Mentre usciamo da Riga, cerchiamo un benzinaio per far controllare la pressione delle gomme. Prima sosta, da una stazione Dinaz, dove facciamo benzina ma ci dicono (o meglio mi dice una ragazza che gentilmente mi fa da interprete) che la loro macchina è rotta e di cercare una stazione Statoil. Prima di trovarne una finiamo in una stazione Neste, che ci ripete lo stesso suggerimento.
Proseguendo, sbagliamo uno svincolo e finiamo così proprio a Jūrmala. La maggiore città balneare della Lettonia ad Agosto è già in smobilitazione: dal ponte sul fiume Lielupe, vediamo le piscine dell'Akvapark vuote. E immediatamente dopo, troviamo il nostro Statoil, dove, dopo aver aspettato che riparassero la pompa dell'aria, riusciamo a controllare la pressione della ruota maledetta. Che è proprio sgonfia: meno di un'atmosfera! Gonfiamo, controlliamo tutte le gomme, mettiamo un po' d'acqua per il lavavetri (consegnatoci vuoto!) e poi verifichiamo nuovamente la gomma, che sembra già aver perso di pressione: iniziamo a temere che sia pure bucata. Ci rimettiamo in viaggio, mandando a mente di tenerla d'occhio, e già mi preparo a dover telefonare a quegli scellerati che ce l'hanno noleggiata.
Il viaggio prosegue tranquillo, il navigatore ha riacquistato la voce, e usandolo con un po' di intelligenza, ossia interpretando le sue indicazioni dove non ha le mappe aggiornate, sbagliamo strada solo una volta, presso un cantiere. Facciamo una pausa per il pranzo, fermandoci a Skrunda, uno dei pochi paesi per cui ci capita di passare. Il self-service propone cucina lettone, e da bere prendo qualcosa che credo una birra scura, ma poi scopro essere pressoché analcolica: è Kvass. Purtroppo la cameriera parla solo lettone e non riesco a capire di cos'è fatta.
Dopo, facciamo un cambio guida e ripartiamo. Il tempo intanto si è messo per il meglio e così mi posso godere il panorama fuori dal finestrino: stanno sparendo le foreste e si affacciano campi arati, a volte affollati di cicogne. Mentre ci avviciniamo alla nostra meta, leggo che è nota per il clima ventoso, tant'è che viene pubblicizzata come "la città dove nasce il vento". Infatti di lì a poco iniziamo a vedere moltissime turbine per l'energia eolica: a differenza di come ho sempre pensato, trovo che l'effetto sul paesaggio sia meraviglioso.
Entrando a Liepāja, appare evidente il suo essere legata storicamente con la siderurgia. La ristrettezza economica è visibile, e il navigatore ce la mostra ampiamente, facendoci passare per le periferie dove abbondano case di legno malconce e stradine non asfaltate. Arriviamo poi in centro, e troviamo posto gratuito accanto alla Chiesa Luterana della Santa Trinità, che visitiamo subito; l'esterno si presenta in cattive condizioni, ma l'interno è da mozzare il fiato: un organo dorato con più di 7000 canne fa bella mostra di sè. Peccato non aver potuto vedere quello ancora più grande, nel Duomo di Riga (il terzo al mondo!). Andiamo poi all'Ufficio turistico per farci consigliare un giro turistico da percorrere nel paio di ore che ci possiamo ancora concedere. La ragazza ci dà una cartina in cui viene illustrato un percorso turistico ben segnalato: sarà sufficiente seguire le note di ottone incastonate nel marciapiede. Liepāja, infatti, è anche la patria del rock lettone... e guardacaso, l'altro ragazzo dell'ufficio turistico indossa proprio la maglietta del gruppo metal che per primo ha acceso il mio interesse per la Lettonia, gli Skyforger. Non faccio però in tempo a chiedergli nulla, perché scompare in qualche anfratto dell'ufficio e quando provo a porre le medesime questioni alla ragazza, lei non mi sa rispondere: rimane stupita dal mio interesse per un gruppo musicale locale, ma ritiene che non si riescano a trovare in Liepāja negozi dove acquistare i loro album.
Iniziamo il nostro giro, vediamo la Walk of Fame del rock lettone, la Chiesa di San Giuseppe, il mercato di Pietro il Grande, così chiamato perché si trova vicino ad una residenza dello zar, e poi prendiamo una lunga via che porta alla spiaggia. Lungo questa strada, posso notare la grande varietà di stili degli edifici: qualche cubo sovietico, diverse case di legno (alcune anche in buono stato) e qualche palazzo tipicamente novecentesco. Inizia a piacermi molto questa città. Giungiamo in un grande parco pubblico, all'entrata del quale, tanto per non dimenticarsi di essere nella città del rock, un monumento che riproduce una gigantesca batteria fa bella mostra di sè. Il parco (Jūrmala Park) è curatissimo, una vera gioia per gli occhi, da annichilire qualsiasi parco pubblico in Italia. Tanto per confermare la cura che qui si ha per quanto è pubblico, i bagni sono pulitissimi e i sanitari sono addirittura di marca (Gustavsberg, gli stessi dell'hotel di Riga). Vero che si paga, ma si tratta sempre di pochi centesimi.
Si rimette a piovigginare e allora ci fermiamo al coperto a far qualche parola con un paio di ragazze: sarà il primo "approccio al parco" di una lunga serie. Quando spiove, seguiamo le indicazioni e arriviamo finalmente alla spiaggia: la sabbia è bianchissima e il fondale basso. Il litorale è quasi deserto, a causa del tempo, ma qualche coraggioso fa comunque il bagno. Non vedo una cabina dove infilarmi il costume, allora mi accontento di bagnarmi le mani e i piedi, godendomi la freschezza dell'acqua del Baltico. Qualche minuto, poi mi rimetto le scarpe e ripartiamo: il mio compare, perduta la possibilità di vedere la prigione di Karosta a causa della chiusura del ponte che la raggiungeva, desidera almeno visitare la Promenade.
Questa zona, che inizia presso il litorale e che giunge in un'area portuale, è stata oggetto di lavori di recupero e ospita adesso alcuni locali vivaci e bohémien. Peraltro, scopriamo che proprio lì quella sera inizia un festival rock, e già diversi pulman sono arrivati per scaricare gruppi di ragazzi. Mi viene anche voglia di fermarmi lì per la notte, ma oramai era stato deciso di arrivare in Lituania in serata. Faccio qualche foto alla gigantesca clessidra d'ambra, alta almeno 2 metri e mezzo, che celebra gli 800 anni del nome della città, e poi torniamo alla macchina.
Da Liepāja al confine di stato è affare di mezz'ora; la frontiera ha un'aria lunare, con i vecchi edifici all'abbandono fra le due ali di foresta. Notiamo subito la differenza tra i due paesi: qui l'asfalto è ottimamente tenuto. Qualche decina di chilometri dopo, giungiamo a Palanga, la Rimini lituana. Sono più delle 19, le strade sono piene di persone che escono in passeggiata, e ovunque ci sono i cartelli che indicano la necessità di monetine per poter parcheggiare. Dopo un po' di  giri, decidiamo di far gli italiani e andiamo a parcheggiare in un posteggio condominiale, giusto il tempo per andare all'ufficio turistico e trovarci un albergo. Peccato che il suddetto ufficio chiudesse alle 16. Non facciamo in tempo a voltarci che un'anziana signora capisce le nostre necessità e mi abbranca un braccio, iniziando a parlare in lituano stretto, forse anche dialetto di Klaipėda. Il mio amico inizia a ridere, ripetendo che vuole farci dormire a casa sua. L'anziana chiama in soccorso un'amica che spiccicando un po' d'inglese, ci mostra la bettola da una stella in cui ci propone di dormire... per venti euro! Chiarisco subito che la topaia non vale quel prezzo e poi ci allontaniamo, speranzosi di trovar di meglio. In effetti, ci basta solo un altro quarto d'ora per trovare una sistemazione adeguata al Viesbutis "Žydroji liepsna", per 210 litas senza colazione. La stanza ha bagno, salotto con televisione e un mastodontico divano, camera da letto, e un'entrata. Usciamo poi per cena, e per accontentare il mio compare, stufo di mangiare sempre carne, cerchiamo un ristorante che cucini pesce. Ci fermiamo allo "Žuvinė", un raffinato ristorante pieno di coppie e signori di terza età; solo più tardi vedremo entrare due ragazze (modelle?) venuto a pasteggiare a suon di ostriche. Io chiedo nuovamente lo Kvass (che qui chiamano generalmente Gira) e un calice di Cabernet Sauvignon sudafricano. Riesco poi a farmi dire che la misteriosa bevanda è fatta con "bread"... sul momento penso di aver capito male, ma poi scoprirò che è proprio ottenuta dalla fermentazione del pane di segale, e che si tratta di un'eredità russa. La Lituania poi ci regala nuovi fastidi: come già qualcuno aveva detto sul web, la SIM4Travel non permette di chiamare; inoltre la mastercard del mio amico (ribattezzata per l'occasione "la carta trovata nell'uovo di Pasqua") smette di funzionare, obbligandolo ad aprire un conto con me, che avevo prontamente prelevato a un ATM, seppur a caro prezzo.
Dopo la cena, ci facciamo attrarre dalla pubblicità dall'Horror House "Nosferatu", gestita da un gruppetto di ragazzi intraprendenti. Il biglietto è un po' caro, ma seppur piccolo, il museo dell'orrore è davvero ben fatto, un ragazzo in maschera aggiunge di suo qualche brivido, e si passa una mezz'oretta piacevole. Proseguiamo poi per Basanavičiaus gatvė, la via principale, piena di chioschi (mitico quello del Kebab della Knorr) e ristorantini. Al fondo c'è una discoteca, ma noi tiriamo dritto verso il molo, lungo, credo, almeno 500 metri. Per me che soffro di vertigini, camminare sospeso sul mare aperto, con le onde visibili tra un'asse e l'altra, è stata una bell'emozione. Tornando indietro, vediamo un gruppo di ragazzi che vivacizza la serata con percussioni e balli; ma nel mentre arrivano dal nulla un paio di pulotti lituani che li fanno smettere; per quale motivo non lo so, visto che si era ben lontani da qualsiasi abitazione.
Ma i pulotti lituani si dimostreranno di nuovo nazi prima che il gallo canti anche una sola volta: difatti, ci fermiamo a prendere qualcosa in uno dei locali ancora aperti, il Čili Pizza (un'altra delle catene di fastfood tipiche del Baltico). Mentre siamo lì che studiamo cosa prendere, evitando l'onnipresente salso all'aglio (che evidentemente, ci diciamo, i lituani consumano per difendersi dagli estoni, noti vampiri), inizia a piovere e un tizio arrampicandosi su dei gradoni, sale sulla terrazza del locale. Immediatamente il pulotto scatta iracondo e cerca di ributtarlo giù, fra le proteste sgomente delle sue amiche. Lo stesso energumeno, mentre stiamo finendo la nostra consumazione, viene verso di me per battersi sull'orologio, senza peraltro sollecitare gli altri (lituani?) ancora al tavolo. Ci alzeremo di lì a poco, ma poi inizia a venir giù una pioggia torrenziale che tiene tutti i clienti al coperto: alcuni, forse temendo l'ira del pulotto, ad un certo punto scendono, correndo sotto il diluvio, altri chiamano un taxi. Altre ragazze, ebbre di gioia, si mettono a danzare con gli abiti ormai zuppi. Noi aspettiamo che la pioggia scenda ad un livello affrontabile con l'ombrello e poi ce ne torniamo in albergo. Durante il ritorno notiamo uno strano simbolo su alcune bancarelle che assomiglia tremendamente al Sole delle Alpi, tanto caro alla Lega Nord. Arrivati in stanza, notiamo che le tende sono decisamente poco oscuranti, cosicché il mio amico dovrà estrarre la mascherina per gli occhi per dormire.

E con questo chiudo questa puntata. Al prossimo turno ci aspetta Vilnius!

postato da: Angkarn alle ore 01:46 | link | commenti (1)
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mercoledì, 26 agosto 2009

I miei paesi baltici (parte I)

Ritorno a scrivere sul blog per narrare quello che finora è stato il viaggio più intenso e interessante abbia mai fatto: 10 giorni nelle tre repubbliche baltiche, Lettonia, Lituania ed Estonia. Dieci giorni per vedere con i miei occhi quanto letto su guide, resoconti, narrazioni; per scoprire queste realtà scappate alle lunghissime dominazioni straniere, in modo particolare l'occupazione sovietica, e già proiettate nell'Europa Unita e nella moderna economia. Sono partito con l'attenzione rivolta soprattutto alla Lettonia, paese di cui conoscevo meglio la storia, in parte le città e in minima parte anche un po' di lingua; ma poi non è stato difficile innamorarsi anche degli altri due paesi, simili ma molto diversi, a loro modo.
So già dai miei brevi appunti di viaggio che l'intero resoconto sarà piuttosto lungo, pertanto lo scriverò a puntate. In questa prima parte, andremo un po' a spasso per la Lettonia, la prima meta (anche per ragioni prettamente pratiche di trasporto).

Primo giorno
È l'undici di agosto e, dopo un weekend a riordinare quanto serve e un lunedì a mettere tutto nei bagagli, pesando e controllando di stare nei limiti imposti da AirBaltic e Eurolines, sono finalmente pronto. Come guida ho la mia fida LonelyPlanet edizione di fine 2006, e diversi resoconti trovati su internet. Lascio a casa il frasario russo prestatomi, che peraltro non so nemmeno leggere. Recupero il mio compagno di viaggio, il già noto $SìMaForseNo, e si parte per Malpensa. Il parcheggio prescelto per lasciarvi la macchina è Parcheggio Malpensa (parcheggilowcost.it), facile da raggiungere dalla statale che va da Marcallo Mesero all'aeroporto. L'impressione che dà non è delle migliori (caos alla reception, poco posto visibile sul piazzale, una macchina senza un cristallo...) ma ormai siamo lì,  ci registriamo, paghiamo, e saltiamo subito sul pulmino. Il quale, con fin troppa malizia, ci lascia davanti agli arrivi: "per le partenze, prendete ascensori". Vabbè.
Al check-in per il volo Milano-Riga c'è molta coda, soprattutto belle ragazze che rientrano in patria. Ho tempo a far avvolgere il mio trolley prima di consegnarlo. Facciamo i controlli di sicurezza e poi andiamo a pranzo. Io approfitto di un'offerta e con il pranzo ottengo come gadget un kit da viaggio con cuscino gonfiabile e mascherina per gli occhi. Anzi, a dire il vero ne ottengo due, per un errore della ragazza al banco. La cosa tornerà utile per proteggersi dalla luce precoce delle mattine nordiche.
Finalmente ci si imbarca in uno splendido Boeing-757. Il volo è gradevole, l'equipaggio giovane e cortese, il pilota bravissimo. Insomma, la compagnia aerea lettone fa un'ottima figura. Molto meno invece il classico scapolone italico inguaribile (e inguardabile, era la copia del Gene Wilder attuale) che passa l'intero volo girato al contrario a molestare una ragazza lituana (che finge di non capire l'italiano, e ride educatamente tentando di evitare i tentacoli dell'animale), e che offre champagne lettone a destra e a manca per fare lo splendido.
Arrivati a Riga, prelevo con la postepay un po' di moneta locale e seguendo i consigli dell'ufficio informazioni, aspettiamo lo Airport shuttle (biglietto: 3 lati o 5 euro) che fa il giro degli hotel. Nell'attesa cerco di trovare qualcuno che mi cambi le banconote in monete per acquistare qualcosa dai distributori automatici, ma sembra che non ci siano lettoni (tutte lituane?).
Lo shuttle arriva comunque presto, e ci porta dentro Riga, che si presenta al turista come una vera metropoli distesa sulle sponde della maestosa Daugava.
L'Hotel prenotato on line è il lussuoso Reval Ridzene, 5 stelle, poco più a nord di Vecriga, vicino al parco dedicato allo scrittore Rainis. Compreso nel prezzo (poco più di 20 euro a notte) abbiamo: centro fitness, sauna, camera con 2 bagni (uno con doccia e vasca) e un salotto, cassaforte, tv satellitare, parcheggio sotterraneo, e ogni giorno ci consegnano previsioni del tempo, una bottiglia d'acqua Bonaqua (tremenda!) e un torroncino alla vaniglia. Poteri della prenotazione sul web!
Dopo esserci sistemati, usciamo per la cena. Una curiosità: sbagliando direzione, passiamo per il parco, dove un chioschetto diffonde musica, e la prima canzone che ci sentiamo in terra lettone è "Su di noi" di Pupo: roba da matti! Scendiamo nella città vecchia, e arriviamo nella piazza del duomo, dove abbondano ristoranti di ogni tipo. Ci fermiamo da "Alus seta" della catena Lido, un self-service di cucina lettone. Prendo per meno di 5 euro un po' di pane di segale, una contorno con peperoni e carote, del pollo molto speziato e una birra Aldaris media. Tutto molto buono. Finiamo il pasto provando, come diceva la guida, il Rīgas Melnais Balzāms con un caffè. Il risultato è tremendo, ma a causa del caffè davvero spaventoso.
Dopo cena, passeggiamo per il centro, cercando un locale per finire la serata. Alla fine, sollecitati da qualche goccia di pioggia, ripariamo dentro il "Pulkvedim Neviens Neraksta" (tradotto: "nessuno scriva al colonnello", diventerà uno dei tormentoni della vacanza), un posto piccolo e molto informale, dove poter bere a un tavolo o ballicchiare con qualche lettone scatenata. La serata è calda, e mi pento di essere uscito con la giacca, sembra non esserci un guardaroba. Vediamo già i primi italiani alle prese con il tacchinaggio, anche se in genere le ragazze sembrano preferir evitare i turisti. Una nota: le ragazze (lettoni o russe, non è immediato identificarle) sono in genere tutte alte e molto belle, è davvero difficile vederne in giro di "normali", praticamente impossibile vederne di brutte o grasse. Non c'è da stupirsi se si crea lo stereotipo del turista maschio italiano che viene qui solo per turismo sessuale. Questo rende molto fastidioso il passeggiare la sera per le viuzze del centro, perché si è continuamente insediati da "buttadentro" che identificano il turista e cercano di portarlo dentro night, centri massaggi e chi più ne ha più ne metta, spesso pure parlando apertamente italiano (roba da sotterrarsi...). Dunque, un consiglio: se non siete certi di dove girare a un incrocio, non date l'impressione di essere indecisi, non aprite mappe, ma tirate dritto e riflettete più avanti, così vi eviterete il classico "what you are looking for?". Tanto più che la maggioranza dei posti in cui questi figuri vi vogliono tirar dentro sono quelli che appaiono nelle liste nere delle varie ambasciate o degli stessi opuscoli informativi degli uffici turistici lettoni. E anche se non vi sono elencati, meglio non fidarsi troppo, conti salatissimi e pistole puntate non sono fatti rari.
Dopo un paio di drink, facciamo un ultimo giro esplorativo della vita notturna di Riga (comunque ben sorvegliata da pattuglie di poliziotti simili ai Bobbies inglesi) e poi torniamo in albergo, passando sotto il Monumento alla libertà, che, a differenza di quanto letto, non ha un picchetto di guardie armate che si dà il cambio con un complesso cerimoniale, ma giusto un paio di poliziotti che sorvegliano la zona senza grandi formalismi.

Secondo giorno
La prima notte è così calda e umida da impedire un buon riposo. In compenso, il letto è comodo e le tende tengono fuori sufficientemente la luce. Si scende nel ristorante a piramide per la colazione, che è degna delle stelle dell'albergo: si va dalle porcherie continentali (salsiccie, cavoli, pesce, cetrioli, pancetta), a cose più civili (caffè, latte, tè, croissant, marmellata), a tutti i tipi di yogurt, frutta, ricotta, pane da tostare eccetera.
Iniziamo la visita della città dalla zona delle ambasciate (già ci siamo dentro, a due passi abbiamo quella statunitense e quella francese), dove abbondano i palazzi Art Nouveau che rendono famosa la città. Mentre cerchiamo Elizabetes iela e Alberta iela, passiamo nel parco Rainis e guardiamo le bancarelle che vendono articoli di lana, oggetti di legno e miele, dove compro un "Tè per gli uomini" che in realtà è una tisana di diverse erbe. Proseguendo, troviamo una chiesa ortodossa in Brīvības iela, e ci entriamo per una visita, breve, visto che in un angolino si sta tenendo una funzione religiosa.
Finalmente giunti alla nostra destinazione, inizio a fare foto. Non posso fare a meno di notare però che, se da una parte della strada fioriscono i bellissimi palazzi colorati, dall'altra, gli edifici sono decisamente grigi e bisognosi di essere rimessi a nuovo (non fosse altro per omogeneità). Compro cartoline da una ragazza russa e poi proseguiamo per Strelnieku iela. Finito con i palazzi Art Nouveau, approttiamo della vicinanza e andiamo a operare un sostanzioso cambio in valuta in una banca.
A questo punto, andiamo verso la Daugava, tra parchi e grossi incroci. Nonostante siamo vicini a Ferragosto, la città pullula di cantieri edili e segretarie in tailleur che vanno a pranzare da Double Coffee. Arriviamo nei pressi del grande ponte che collega i due rami di Valdemāra iela, e da lì arriviamo al castello di Riga, utilizzato in parte come palazzo presidenziale. L'edificio non è niente di speciale, e la guardia alla porta è effettuata da un singolo militare neanche troppo arcigno. C'è un interessante museo in un'altra ala del castello, ma il mio compare di viaggio non è molto disposto a visitare musei. Proseguiamo dunque, arrivando dunque ai Tre Fratelli, un complesso di tre case dall'aspetto quantomeno curioso. Ci aggreghiamo a un folto gruppo di turisti per ascoltare la spiegazione della guida, mentre uno scombiccherato duo musicale allieta l'atmosfera.
Arriviamo poi presso il palazzo del Saeima, il parlamento lettone: tutt'attorno altri edifici ospitano commissioni parlamentari e qua e là i militari presidiano la zona. Noto nei pressi un curioso parcheggio decorato da una serie di eterogenee testone che emergono dal cemento. Poco più in là, sulla nostra destra, una serie di gradini porta a una zona pedonale rialzata: su di esse si susseguono bar e negozi di ambra; in uno di questi mi concedo di acquistare un piccolo cigno (il dragone era decisamente troppo caro). Tra i bar si sentono le note dapprima di una cornamusa, poi di uno strumento a corda: è un ragazzo lettone, abbigliato in guisa di bardo medioevale, cui lascio qualche moneta quando inizia a suonare "Migla migla rasa rasa", una delle più note canzoni popolari del luogo.
Girando l'angolo arriviamo di fronte alla Casa del Gatto, con i suoi due gatti neri inarcati sulle torrette laterali. Al piano terra, i lettoni non hanno perso occasione per creare un omonimo locale alla moda, il Melnais Kaķis.
Decidiamo di ritardare ancora un po' il pranzo, dirigendoci verso la Chiesa di San Pietro. Sulla strada vediamo altre bancarelle di souvenir, quadri e ambra, che ben presto devono chiudere per il riprendere di una fastidiosa pioggerellina, accompagnata dal solito vento. Prima di arrivare alla Basilica, vengo attirato da una curiosa scultura in metallo che raffigura i Musicanti di Brema: il muso dell'asino è lucido, segno di tutte le mani che vengono a sfregarlo in gesto apotropaico. Proseguendo verso il portale anteriore, notiamo anche un grande cavallo di legno dall'oscuro significato. Entrati nella Chiesa, troviamo la biglietteria per l'ascensore panoramico. Come noteremo ancora diverse volte, i prezzi sono notevolmente aumentati rispetto a quanto indicato nella guida, spesso raddoppiati. Tra coda alla cassa e all'ascensore parte una mezz'ora, ma arrivati a destinazione la vista è mozzafiato e le foto si sprecano. Con noi è salito un folto gruppo di americani, alcuni dall'aria tipicamente giamaicana con i dreadlock, che spara foto a raffica con le loro grosse fotocamere simili a cannoni anti-carro. Dopo un venti minuti buoni, raggelati dall'aria battente, scendiamo a terra, dove infine ci dirigiamo verso il pranzo.
La meta prescelta è Pelmeņi XL, in Kaļķu iela. Il locale, una specie di fast-food alla lettone, serve principalmente i ghiotti ravioli locali, i pelmeņi appunto, specialità originariamente russa. Lì ci scontriamo con un menù monolingua che mette a dura prova anche me, ma una cliente ci viene in soccorso traducendoci in inglese. Prendo una solanka e una generosa dose di pelmeņi con carne affumicata, sui quali però non ho il coraggio di mettere le salse proposte (maionese e ketchup). Tutto molto buono (sorprendente la solanka), ma la cosa che più mi colpisce è il successo di un brodo color rosa shocking con pezzi galleggianti verdi, presente nelle scodelle di tutte le belle ragazze ai tavoli. Scopro poi che è la saltibarsciai, la famosa zuppa lituana di barbabietola con aneto.
Rifocillati, facciamo un salto nel negozietto in fronte, dedicato alla Nera Magia di Riga, ovvero il suo Balsamo. Il posto, una via di mezzo tra bar all'antica e una pasticceria, sembra stato arredato dallo scenografo di Tim Burton, tanto è volutamente cupo. La padrona, sinistra quanto basta, ci mostra le scatole di pasticcini "magiche", e ne compro una per poter replicare il trucco a casa.
Ritornati al sole, ci dirigiamo alla volta della Rātslaukums, la piazza del municipio, su cui si affaccia la bellissima Casa delle Teste Nere, la piazza la cui foto da mesi mi sorride dal desktop del mio computer. Non mi pare quasi di essere lì, mentro scatto una foto dietro l'altra. Anche la Casa è visitabile dietro un piccolo obolo, ma nuovamente il mio compare non vuole pagare il biglietto, così andiamo verso il vicino Museo dell'Occupazione, dall'altro lato della piazza, che è gratuito.
E' necessario spendere qualche parola sull'architettura di questo museo, di forma simile a quella di un container di scorie nucleari. Non ci può essere dubbio, vista la bellezza della città, che la bruttezza cupa e angosciante di quel siluro color smog, sia voluta, come a simboleggiare la durezza delle immagini illustrate all'interno. Ciò nonostante, la piazza è davvero piccola, e la vicinanza tra il Museo e gli altri eleganti palazzi stride non poco.
Il Museo, come altri simili nel resto dei paesi baltici, ricostruisce con foto, immagini e parole la storia nazionale dalla fine del periodo zarista a tutto il periodo sovietico, definito, non impropriamente, occupazione. Le ricostruzioni delle prigioni, le storie di deportazioni e cancellazione dell'identità nazionale, non possono lasciare indifferenti.
Dopo una rapida visita di un'oretta, andiamo a far spese nel principale centro commerciale dentro Vecrīga, una struttura moderna in vetro a 4 piani. Io necessito di un ombrello, il mio compare di spazzolino e dentifricio, e tanto basta a farci vivere qualche situazione comica grazie alle incertezze linguistiche nostre e dei commessi. Usciti, passiamo sotto al Brīvības piemineklis per qualche foto, poi torniamo in albergo per prepararsi alla serata.
Questa volta non abbiamo una meta predefinita per la cena: il Blue Cow in Līvu laukums sembra l'idea per scegliere pesce e carne, ma i prezzi sono piuttosto elevati. Alla fine, ci facciamo convincere dalla pubblicità fattaci da una procace taxista e andiamo a provare il piatto di carne al Melnais Kaķis. La tizia, dopo averci indicato il locale, prova a convincerci a farsi portare da lei in un centro di massaggi erotici, ma decliniamo. Il locale è carino e ben frequentato, ceno con carne, contorno e uno degli invitanti dessert. La prossima tappa è il Biergarten in Doma laukums, per prendere un paio di drink allietati dalla musica dal vivo. Facciamo poi una passeggiata in centro, entriamo al "Velvets", elegante disco-bar che propone una serata di latino americano, diamo un'occhiata al "Belle Epoque" (un localino affollato per liceali in cerca di sbornie), e poi finiamo al Pulkvedis, sempre ben frequentato da una variegata popolazione. Qui, mettendomi al bancone a fianco di un paio di ragazze, mi capita un piccolo inconveniente: un tizio, approfittando del fatto che mi alzo dallo sgabello per ordinare, me lo toglie da dietro il culo. Immaginando un atto intimidatorio, mi rivolgo in inglese, chiedendogli se le ragazze sono "sue". Lui cambia registro, nega di essere interessate a loro, se ne va, non prima però di aver fatto un sacco di complimenti e di feste al mio compare. Mah. Un'altra delle particolarità di Riga è la frequenza con cui queste ragazze ricevono fiori: quella sera stessa, due ragazze (dall'aria comunque più tranquilla e elegante) ricevono una rosa direttamente dentro il Pulkvedis, che non si può certo dire un locale romantico.
Alla fine, recuperiamo le nostre cose abbandonate nel guardaroba non sorvegliato (ma non manca nulla) e usciamo per un ultimo giro, prima di ritornare all'albergo.

Ecco, qui termina il racconto del secondo giorno. D'ora in poi i resoconti (credo) diventeranno più lunghi. Il terzo giorno si preannuncia molto vario, con l'escursione nella più lettone città della Lettonia... Alla prossima puntata!

postato da: Angkarn alle ore 23:38 | link | commenti
categorie: mylife
mercoledì, 24 giugno 2009

Ramingalgia

Non è facile descrivere cosa si prova nell'uscire per una settimana dalla propria quotidianità per immergersi nella natura boschiva e schietta di una valle alpina. Senza collegamenti con il mondo esterno, quasi alla mercé degli elementi atmosferici, senza le comodità date da letti e bagni veri.
Queste difficoltà portano una possibilità ormai sempre più rara: ci regalano un grande silenzio in cui entrare in contatto con noi stessi, con la bellezza dei panorami, dei prati, delle distese sassose e degli specchi d'acqua. Si torna ad un'essenzialità nel trascorrere dei giorni: la sveglia, il rinfrescarsi con acqua gelata, i pasti, le camminate, i falò notturni e, soprattutto, il riunirsi per parlare. Scherzare, tra parodie e canti sboccati, oppure narrare di miti e leggende, oppure ancora riflettere su di noi e sul nostro mondo.
Questa, forse, è la cosa che rimane più viva nel fondo del proprio cuore: il ricordo delle notti attorno al fuoco, o, in una notte di pioggia, radunati su pochi letti, a discutere, a bere assieme, assaporando a volte l'odore di una buona pipa. Il legame che nasce con le persone che, tenacemente, resistono al freddo, al sonno, all'umidità, alla scomodità dell'esser rannicchiate su un tronco, diventa giorno dopo giorno più intenso, si moltiplica nel ridere assieme, nel bere dalla stessa bottiglia, nel compiere assieme gesti ordinari come lavarsi i denti o i capelli, improvvisandosi talvolta tenori per dissimulare il congelamento. Ma anche riti meno quotidiani, come il lavaggio con l'acqua di San Giovanni, sabato mattina, gonfi di sonno e con il pensiero del ritorno a casa trafitto nel cuore. Mi viene difficile ripensare a quel momento, amministrato con sobrietà e forse una punta di timore dalla nostra Sacerdotessa, senza sentire un nodo di emozioni e un sentimento di fratellanza che val al di là degli anni passati da quando ho conosciuto le persone che erano lì con me.
A loro, e a quelle valli, va il mio ringraziamento. E come offerte a un altare pagano, porto i miei ricordi:

- la prima colazione al Rifugio Federico, con latte appena munto;
- il "Miserere" abbozzato con $Ramingo, al ruscello;
- le notti in tenda, a lottare contro la gravità che faceva scivolare me e $Lakota verso la veranda;
- le suonate di piffero di $ElfaVerde, a riempire le pause delle giornate al campo;
- l'escursione del giovedì, con il bagno nella pozza a 2250 metri, l'incontro con i fronti di neve che calavano a valle, l'attraversamento del guado, la sassaia superata a balzi di capriolo, come bambini di gomma, e la discesa verso Caricci a rotta di collo;
- la macchina fotografica all'erta e le battute sempre pronte di $Rohirrim;
- le gamelle rovesciate e i seghetti da coltellino svizzero, che $Oscuro minacciava di rendere vessilli;
- il lauto pasto a base di pizzoccheri e polenta, il sabato, capace di tramortire un leone;
- la raccolta della legna, sempre troppo verde, e i falò, amministrati da $Barbaro e ventilati dal mantice umano $Lakota;
- i pasti in comune, dividendo dolci, salumi e formaggi con i compagni di desco;
- il ruggire notturno, che a me e a $ElfaVerde pareva appena alla nostra destra, quando era più lontano;
- il fumo dei falò, a ricerca automatica del bersaglio;
- le marmotte, le poiane, le formiche rosse, le mucche, i cavalli, i turisti della domenica.

Adesso che il distacco da quei giorni è consumato, ora che i chilometri e le ore trascorse fanno apparire quel luogo un Mondo Perduto, adesso che lo zaino è disfatto, gli abiti lavati, la barba rasata, ora mi stringo addosso le foto, i pensieri, le immagini e la pietra raccolta dal sentiero il primo giorno.

postato da: Angkarn alle ore 20:13 | link | commenti (1)
categorie: sensazioni, mylife
domenica, 03 maggio 2009

Rimpasti

L'inarrestabile e instancabile $PremierCatodico, nella sua costante missione di salvezza per il Paese che ama, ha guardato il suo Esecutivo e ha deciso che era cosa buona e giusta. E, a fronte delle nuove sfide offerte dalla crisi economica e dell'emergenza terremoto, ha steso la mano e ha ordinato nuovi Ministri che amministrassero il suo popolo, secondo la Sua Volontà.

Sono pregiato di poter anticipare alla Nazione i loro nomi e i dicasteri ai quali si dedicheranno:

- al Ministero dell'Abbondanza: Cristina Del Basso
- al Ministero della Verità: Mario Giordano ($PC desiderava Nick Naylor, ma poi gli è stato detto che non esiste)
- al Ministero della Pace: Vittorio Sgarbi
- al Ministero dell'Amore: cardinal Angelo Bagnasco
- come Ministro dei Temporali: Mario Giuliacci

Alle loro, si aggiungono le nomine di Maria De Filippi come sottosegretario alla Cultura, con delega ai Reality Show, quella di Bertolaso come viceministro al disastro nucleare e Alessandro Buonopane come viceministro all'edilizia pubblica.

postato da: Angkarn alle ore 18:24 | link | commenti
categorie: deliri
sabato, 18 aprile 2009

Beyoncé Mastropasqua

Certi personaggi si possono conoscere solo in una biblioteca. O forse sarebbe possibile farlo anche al di fuori, ma certe loro peculiarità non emergerebbero.

È mattina e faccio un salto in biblioteca. A prestare servizio c'è uno dei miei volontari ($MV), un ragazzo un poco più grande di me. È tutto infastidito perché ha da poco avuto la visita di $Beyoncé_Mastropasqua. Che, ovviamente, non si chiama veramente così. Ma quasi: l'accostamento di nome e cognome è ugualmente straniante. È una ragazzina, piuttosto vivace e allegra, probabilmente più appassionata di trucchi e paillettes che di libri; ma comunque una dei pochi studenti a frequentare la nostra biblioteca. Per questo le ho sempre concesso un po' di benevolenza. Come le farfalle, non è che sia utile per intavolare una discussione letteraria, ma almeno porta un po' di colore.

Appena entrata, mi racconta il volontario, si è svaccata contro lo schedario producendosi in un "ciao" adolescenziale. Lui, al ricordarlo, sbotta: "Ma insomma, non sarò un Matusa, ma almeno un po' di rispetto! Non le hanno insegnato di dire 'Buongiorno'?". Poi, la lolita ha annunciato lo scopo della sua venuta: prelevare la classica lettura obbligata dal professore di scuola. Senza una lista dei titoli consigliati, e naturalmente senza nemmeno ricordarseli, se non a spanne. 

$BM: Mmm... hai "Il nome della rosa" di Eco?
$MV: Sì.
$BM: Ma di che parla? Quant'è grosso? Ma è scritto piccolo?
$MV: Guarda, è lì sullo scaffale.(pensando: ma che domande sono?)

Lo guarda: effettivamente è un po' grandino.

$BM: Eh, dovrei finirlo per il 10 maggio...
$MV: Sarà sufficiente che ogni sera ne leggi un capitolo, o due, se sono più corti...
$BM: Ma tutte le sere? (ndME: guarda che non è una supposta, basta leggerlo)
$MV: ...
$BM: Com'è, difficile? Secondo te, io riesco a capirlo?
$MV: ... guarda, una ragazza di 14 anni l'ha letto poco tempo fa.
$BM: beh, allora io ne ho 17...
$MV: ... (pensando: anche ne avessi il doppio, non cambierebbe niente)
$BM: Altrimenti, c'è "Firmino"?
$MV: Sì, è quello.

Lei lo prende: è sottile, e sulla copertina c'è il disegno raffigurante il roditore protagonista del romanzo.

$BM: Ma è la storia di un topo! Eh no, non va bene e poi è troppo sottile.
$MV: Non è che un libro lo si giudica a peso...
$BM: Sennò, mi hanno detto poi un altro titolo... solo che non lo ricordo... è la storia di due fratelli... hai presente?
$MV: ...

Glisso sul proseguio. Capisco lo stato di prostrazione di $MV di fronte ai tentativi della ragazzina di ottenere da lui i titoli dei libri prescrittigli dal prof, in base agli scarni indizi che lei tenta di fornirgli. "Eh" - sbotta - "per quella lì, adesso gli prendiamo Anna, Grazia e Donna Moderna! Cosa vuoi che possa leggere d'altro? La prossima volta che viene, le dico, guarda lì ci sono dei Topolino!"

Così mi viene da ripensare a un annetto fa. Era il mio turno, e $BM era venuta a prendere il suo libro pasquale. Ed era uguale ad adesso, con la solita lista di libri ricordata a spanne. Per prima cosa mi chiede se abbiamo libri di Eugenia Grandet. Io, ingenuamente, faccio una ricerca e le dico di no. Poi mi chiede altri autori, intervallando le richieste con domande del tipo "hai quel libro in cui muore il fratello?" o "oppure quello dove c'è quello che scappa?". Ad un certo punto però, mi fa:

$BM: Oppure quel libro... "L'imbecille".
$IO: Mai sentito nominare.
$BM: È di uno scrittore russo... Dostroqualcosa...

Inorridisco.

$IO: Forse intendi dire "L'idiota" di Dostojevskij...
$BM: Ah-ah-ah (ride) Sì, sì (continua a ridere)... l'imbecilleee (ride ad libitum)

Pure il suo accompagnatore (perché viene sempre comunque col suo boy-friend) si stava vergognando. Ci deve essere abituato, visto che pure $MV mi ha riportato la stessa reazione. Ad ogni modo poi, proseguendo a guardare sugli scaffali, trovai un libro che le interessava. Si chiamava, guarda un po', "Eugenia Grandet", ed era un romanzo di Balzac. Altro che libri di Eugenia Grandet.

Vabbè, l'importante, dicono, è che qualcosa si legga. E poi lei, la piccola fan del mascara, dichiara che  "ama tanto leggere". Le etichette degli smalti per le unghie, direbbe $MV.

postato da: Angkarn alle ore 01:44 | link | commenti (2)
categorie: biblioteca
sabato, 11 aprile 2009

Del duro mestiere di trovar lavoro

Mi rendo conto che il titolo può essere fuorviante. Sono abbastanza fortunato da avere già un lavoro, e sufficientemente saldo da risparmiarmi la cassa integrazione ancora per qualche mese, con tutta probabilità. Ma comunque, mi devo guardare attorno e sto cercando un nuovo impiego, possibilmente sicuro, e, facilmente, più soddisfacente dal punta di vista personale, se non monetario.

Dunque, che la mia ricerca di un posto migliore sia difficile è indubbiamente ovvio. Ma alcuni episodi recenti (ma non solo) sono meritevoli di citazione.

Episodio A: Gli indecisi

Tramite la classica agenzia di lavoro, ottengo un colloquio presso $NoiVendiamoElettronica. Ha tutti i parametri per essere il posto di lavoro che cerco: non lontano da casa, azienda apparentemente seria e salda, e come poi vedrò, ambiente giovane e rilassato. Già anni fa feci un colloquio lì, che sfortunamente non affrontai nel modo giusto, causa poca dimestichezza con la conversazione in English.

Questa volta vengo ascoltato da persone diverse, ragazzi all'incirca della mia età. Sorvolo l'antefatto, durante il quale ho dovuto telefonare al referente in ditta, perché il portinaio aveva lasciato aperto il citofono, così non suonava. Tornando al colloquio, mi spiegano in poche parole cosa fanno e come, il tipo di ambiente di lavoro (comunque evidente: il silenzio che regnava faceva pensare di essere ad agosto), e poi finalmente partono domande e test tecnici.

La prima parte dei test è su $Linguaggio_Very_Basic. Temo domande sulle ultime versioni, che non conosco molto, ma non me ne fanno. Più che essere quiz noziostici, sono piccoli test sulla capacità di manipolare il linguaggio e me la cavo senza problemi.

La seconda parte, tenuta da un mezzo sistemista e mezzo programmatore, è su PHP. Lui dice che non è il loro linguaggio di elezione, pertanto penso di potermela svangare abbastanza. Racconto i miei precedenti con questo strumento, i database sui quali ho sviluppato le mie applicazioni web e poi mi chiede quali librerie uso per connettermi a tali database.

Io: Uso le librerie native per $Database_free e per $Database_oracolo.
Lui: Direttamente? Non usi librerie intermedie?
Io: No...

Sinceramente, non so di quale librerie parli. Tutte le applicazioni aziendali in PHP non le usano. I siti per i quali ho lavorato nemmeno. E non sono sciocchezzuole. Immagino si tratti di qualche roba super-enterprise, per il connection pooling, le transazioni distribuite o chissà che altro. Comunque sia, il colloquio sul PHP termina così: non una domanda sul linguaggio, su altre librerie, sulle caratteristiche OOP di PHP5, o anche solo su argomenti attinenti come JavaScript o l'HTML. Si chiacchiera ancora un po' del più e del meno, si finisce alla macchina da caffè a parlare di letteratura fantasy e del fatto che attualmente lavoro su turni.

Passano un po' di giorni, nei quali mi sento abbastanza sicuro di passare al prossimo passo per l'assunzione, ossia il colloquio con il direttore, durante il quale si affronterà anche l'aspetto economico. D'altronde, la ricerca di personale era indirizzata su programmatori $Linguaggio_Very_Basic, le conoscenze di sviluppo Web erano solo un plus. Durante questo periodo, mi preoccupo di chiedere al nostro esperto aziendale di PHP maggiori delucidazioni su queste fantomatiche librerie "intermedie": lui mi parla di una libreria, detta $Pera, che permette banalmente di usare le medesime funzioni per operare su database differenti, senza aggiungere nulla sul fronte dei servizi offerti o della complessità dello sviluppo. Insomma, se è come dice lui, la mia mancata conoscenza di queste librerie è un peccato molto veniale.

Arriviamo dunque al giorno in cui mi richiama l'agenzia di lavoro. Mi fanno le solite domande del tipo "Ma che impressione pensa di aver dato? Come le è parsa l'azienda?" e così via. E poi mi dicono che i tizi di $NoiVendiamoElettronica devono scegliere se per quest'anno devono ancora sviluppare in $Linguaggio_Very_Basic, oppure passare in blocco a PHP. Nel primo caso, sono tra i prescelti per il colloquio con il Direttore. Altrimenti no, perché non sono pratico di sviluppo Web. Di fronte a una simile affermazione, ribatto:

Io: Ma come, non sarei pratico del Web? Ma se lo faccio tutti i benedetti giorni? Come vedete anche dal Curriculum, il sistema su cui lavoro è web-based, e io curo anche la parte client, l'HTML, il Javascript, tutto quello che serve!

Loro dell'agenzia però non possono farci nulla, sono quelli di $NoiVendiamoElettronica ad aver detto così, dunque non mi rimane altro che sperare che per quest'anno rimangano ancorati alle vecchie tecnologie. Ovviamente, non li ho più sentiti.

Episodio B: L'agenzia isterica

Altra agenzia di lavoro. Per la seconda volta, mi contattano dopo che ho risposto a un loro annuncio. La prima volta era stata per un'azienda davvero molto interessante e una posizione di tutto rispetto. Forse in quel caso non ero la persona più preparata per quel posto, ma d'altronde sono stati loro a mandarmici. Poi capirete il perché di questo cappello.

Torniamo all'ultima chiamata. Cercano un programmatore $LinguaggioOracolo, dunque ho tutto i requisiti. La tizia mi fa però una domanda strana: vuol sapere a che progetto sto lavorando. Che informazione può trarne? Non è per nulla utile sapere se attualmente mi occupo di integrazione tra il nostro sistema e quello di Archiviazione Ottica, o se invece rendo compatibile il client con browser diversi da $InfernetExploder, oppure, ancora, se sto analizzando il progetto di prenotazione consegne.

Deduco pertanto che ha sbagliato a farmi la domanda e chiedo chiarimenti. Ed ecco la tizia che mi snocciola, dal mio CV, i macroprogetti su cui ho lavorato nell'arco degli ultimi $Troppi anni. Insomma - mi fa - ti occupi di A, B o C? La risposta, chiaramente, sarebbe stata un po' di x, un po' di y, e infine sto iniziando a vedere omega. Ossia una serie di microprogetti correlati ad A, se proprio vogliamo.

Provo a spiegare in termini semplici la cosa. E lei, che chiaramente conosce l'informatica come io lo yiddish, ribatte:

LEI - Eh ma, qui lei scrive che in questo progetto ha usato $Linguaggio_Caffè e in un altro $Linguaggio_Very_Basic...
IO - Sì, ma uso comunque molto $LinguaggioOracolo.
LEI - Il cliente richiede una persona esperta...
IO - Le dico che lo sono. Sono $Troppi anni che lo uso, pressoché quotidianamente. E le assicuro che non si tratta di un linguaggio così esteso: si impara in un mese!
LEI - Eh, ma se per tre mesi lavora con $LinguaggioOracolo, poi tre mesi $Linguaggio_Very_Basic, poi tre mesi $Linguaggio_Caffè, non può saperne...

Non la lascio finire perché la sta sparando troppo grossa.

IO - Senta, non è che se conosco e uso altri linguaggi, mi dimentico il $LinguaggioOracolo. E' normale che un programmatore capace conosca e usi quotidianamente più di linguaggio.
LEI - Eh, ma noi non siamo in grado di fare colloqui tecnici... se un cliente chiede una persona con determinate conoscenze, non possiamo mandare uno solo perché dice che le conosce... altrimenti, dove va a finire la qualità del nostro lavoro?
IO - Ah, dunque visto che non avete le conoscenze tecniche per capire se uno è tecnologicamente competente o meno, mi volete bocciare così, a sensazione?

In questo momento deve aver capito che non stava ragionando molto bene. A questo punto, sempre telefonicamente, nel bel mezzo del cortile aziendale, ho dovuto spiegarle per filo e per segno le mie competenze, quali le più sviluppate, quali particolari linguaggi sono più estesi e pertanto suddivisibili in framework, librerie e quant'altro, eccetera eccetera. In pratica le ho spiegato *come* *diamine* fare il suo lavoro con la sua benedetta qualità. Che poi ancora non capisco che senso abbia pretendere una buona selezione di personale tecnico da chi non ne sa nulla.

Episodio C: Quelli troppo impegnati

Ultima recente chiamata: il posto è per un programmatore $Linguaggio_Caffè. Come capita il più delle volte, mi telefonano mentre sono in ufficio. Pertanto, esco in corridoio per poter parlare liberamente. La conversazione bene o male è quella standard, niente di diverso dalle decine di precedenti: anche in questo caso richiedono il mio CV aggiornato, ché il modello imposto dal sito di recruiting non è agevole per i selezionatori. Rispondo che posso mandarglielo subito, però, non avendo in quel momento nulla su cui annotarmi il loro indirizzo e-mail, gli suggerisco di scrivermi loro, in modo tale che possa avere a quel punto l'indirizzo su cui spedire quanto richiesto.

Passo tutto il mio pomeriggio immerso nel lavoro, e solo a sera inoltrata mi rendo conto di non aver ricevuto la desiderata mail. Aspetto dunque il giorno successivo. Durante la mattinata, non vedendo ancora arrivare nulla, mi faccio avanti io con una telefonata.

IO: Pronto, sono $Io, mi avete cercato ieri e blah blah blah... aspettavo una vostra mail.
SEL: Penso fosse della collega. Non gliel'ha mandata perché è in riunione, se aspetta che finisce...

In riunione? Dal giorno prima? Cos'è, un conclave?
Comunque, anche per quel giorno non ricevo nulla (fumata nera?) e mi toccherà chiamare ancora un'altra mattina per avere finalmente l'indirizzo a cui inviare il mio povero CV.

Epilogo

Tre episodi di questo tipo così ravvicinati, credo rappresentino quanto meno una rarità, una perla di sfiga notevole. Perché già, dispersi nell'arco di molti mesi, ne avevo visti un po': da quello di un ditta di body-rental che, dopo un primo colloquio incoraggiante, mi chiama per fissare l'incontro con il cliente mentre sto partendo per tre (soli) giorni di ferie, e poi, nonostante le rassicurazioni, non chiama più; a quello che mi fa fare un'ora di strada per il colloquio e poi mi sconsiglia di accettare la sua offerta, perché poco remunerativa (ma prima non lo sapeva?); a quello che mi promette un lavoro e già mi presenta come nuovo assunto ai suoi dipendenti, per poi sparire e non rispondere alle mie mail.
Mah.

postato da: Angkarn alle ore 15:39 | link | commenti (2)
categorie: utonti
domenica, 15 marzo 2009

Venezia

Venezia, placida Venezia.
E' passato così tanto tempo dalla prima volta che ti ho incontrato, che non posso dire che mi ricordassi bene di te. Mi sei apparsa così diversa. Intima, solare, magica. Sorprendente con i tuoi campielli, le calli così strette da permettere di passare solo uno per volta, i tanti ponti arcuati sui canali.
Forse però quello che è cambiato sono io. Sì, sono cresciuto; gli anni mi hanno reso capace di apprezzare il tuoi lati unici e, per certi versi, bohemienne. Anche di sopportare quell'odore di salmastro che dieci (o forse quindici) anni fa mi faceva così pensare a te come a un'immensa palude.
Tu, invece, non puoi cambiare. Se esiste una città che sa mantenersi intatta durante i secoli sei tu. Sono così poche, a ben vedere, le colate di cemento, o le grandi catene di negozi ad aver attraccato sul tuo terreno. Se ci sono vetrine che attirano l'occhio ancora sono quelle che ti fanno conoscere nel mondo: le maschere, le legatorie. Vien naturale pensare ai cinquecenteschi Bembo, Manuzio. Qual miglior souvenir di un prodotto delle tipografie della Serenissima? Non sarà più prodotto da un torchio, ma la stampa sulla copertina ancora  ricorda la storia che fu, quella che ho letto in "Q".
Nonostante tutto, c'è stata ben presto familiarità fra noi. Non c'era anfratto o vicolo nel quale mi perdessi; quasi come se, in fondo in fondo, una parte di te cercasse sempre di mostrarmi la strada giusta. Senza lesinarmi però scenari nuovi e angoli ancora inesplorati: una chiesa, un teatro, un caffè.
A presto, misteriosa Serenissima.

postato da: Angkarn alle ore 23:26 | link | commenti
categorie: sensazioni
sabato, 31 gennaio 2009

Uteste calde

In questi giorni in ufficio siamo subissati di lavoro. La crisi ha portato via diversi tra i nostri colleghi, e da gennaio ci troviamo a essere dimezzati. E se lo sviluppo dei nuovi progetti prosegue imperterrito, non possiamo certo trascurare l'assistenza. Ragion per cui, noi superstiti abbiamo molto da fare, e spesso c'è da affrontare problemi mai visti prima. E dal punto di vista tecnico non è nemmeno malaccio: ha il suo fascino risolvere nuovi casini. Ma quando il problema sono gli Utonti è un'altra faccenda.

Vedo di raccontare il primo di questi casi. È mattina presto e guardo le richieste di assistenza. Un tale, chiamiamolo $GallinaSpennata ($GS d'ora in poi), mi chiede di controllare una cosa che secondo lui non va, mettendo in copia nella mail $GrandeCliente, quasi a voler mettere fretta. Gli spiego che è tutto a posto, e che può verificare lui stesso tramite una serie di passaggi che gli illustro.

Dopo un po', chiama $PezzoQuasiGrosso che lamenta di non riuscirsi a collegare da casa al sistema. È la linea Internet che va lentissima, pertanto gli dico che non possiamo farci nulla, finché non interviene il nostro ISP. Mi rimetto tranquillo a leggere la documentazione di un progetto, quando vengo disturbato da un fastidioso trillo. Lascio squillare un po', finché mi rendo conto che si tratta del telefono dell'Assistenza Hardware. Vabbè, mi dico, vediamo cos'è.

È $GS, con la sua voce stridula come una sega che taglia un osso. Anche lui non riesce a collegarsi. Ragiono un attimo e mi chiedo se allora i problemi di collegamento di $PezzoQuasiGrosso non siano legati alla connettività, ma, ahinoi, all'applicazione stessa. Gli chiedo di spiegarmi come prova ad entrare sul sistema.

$GS - Metto la mia mail e la password!

Sì, come no, inserisce proprio la mail... Non nota nemmeno che la mail e il nome utente dell'applicazione sono diversi. Che bestia! Visto che era ovvio che usasse il suo login, cerco di trovare il modo di capire a quale dei possibili server si prova a collegare. Elaboro qualche centesimo di secondo per tradurre in Utontese la mia domanda e faccio:

$IO - Quando clicchi sull'icona, che cosa c'è scritto sulla barra degli indirizzi del browser?

Ammetto di essermi accorto che forse era meglio se dicevo $InfernetExploder. Forse avrebbe capito. Invece, lui così si stizzisce:

$GS - Se cerchi di non parlare complicato, magari ti capisco!!!

Giuro, ha pronunciato i tre punti esclamativi. Capisco che così non ne esco fuori e gli dico di inviarmi una mail con la schermata, tanto per intervenire ho comunque bisogno di una email inviata alla casella dell'assistenza. Lui mi chiede chi sono, io rispondo e poi me ne vado al bagno a lavare il tazzone del tè.

Appena ritorno in ufficio, il telefono sta nuovamente strillando. È sempre $GS che mi informa che la mail me l'ha mandata e di leggerla subito. Ha il pepe al culo, il tipo.
Vado al pc e trovo che nella casella dell'assistenza non c'è un beato piffero. Poi mi rendo conto che mi ha scritto alla mia casella personale, ma pensa te. E la mail è un delirio puro. Più o meno era così:

A: $ME
Da: $GS
Tu! Non ti mando lo screenshot perché non sono capace, nessuno dei tuoi "capacissimi colleghi tecnici" mi ha mai spiegato come fare, dunque adesso alzi il culo pesante (sic!), tu o uno dei tuoi colleghi e vieni a vedere il mio pc subito. Io essere KRANDE KAPO di KRANDE REPARTEN, importantissimen! Io defo laforare, mio diritto! Tu 10 minuti risolvere tutto, altrimenti io mandare a casa tuuttto il personale!! Mu-ha-ha-ha!

(Ok, il finale è lievemente variato, ma lo spirito da delirio di onnipotenza c'era tutto)

Ma quanto deve essere disturbato per accettare al telefono di spedirmi un'immagine della schermata, per poi dirmi, via mail, che, per causa nostra, lui non è capace, dunque non me la manda? Sinceramente, avevo quasi voglia di andare là e fargli ingoiare il suo f****to monitor. Ma non potevo dare a un simile imbecille una tale soddisfazione. E' già da troppo tempo che fa il prepotente ed è ora che riceva una lezione servita con la giusta freddezza.

Ah, se qualcuno si chiede "Ma perché non è andato a vedere? Forse ha ragione $GS a dire che ha il culo pesante..." sappia che avendo due telefoni da presidiare, sette server applicativi da sorvegliare, diverse richieste di assistenza pendenti, e soprattutto, la documentazione di un progetto StraMegaSuperUltraIperImportantissimo da imparare a memoria (o quasi), è decisamente stupido farsi una gita fin là (sì, il suo ufficio non sta a due passi) per guardare lo schermo del suo pc e tornare indietro. Tanto se c'è un problema, non lo risolvo dal suo computer.

Sicché, dò un'occhiata al database e scopro che il suo login è semplicemente bloccato, per ripetizione di password errata. Bravo merlo. Ben ti sta, a dare in giro il tuo login, in barba a tutte le norme aziendali. Peccato non si possa passare alle punizionali corporali. Risolvo e parto con la mail di risposta.

A: $GS
Da: $ME
Non ti riuscivi a collegare perché l'utente è bloccato. Questo perché tu o qualcun altro ha provato ad entrare sbagliando ripetutamente la password. Il tuo login lo devi usare solamente tu, i tuoi sottoposti hanno i loro e pertanto non vedo perché dovresti mandarli a casa, visto che possono lavorare tranquillamente.
Ti ricordo che per ottenere assistenza devi scrivere a indirizzo.di.mail.giusto@azienda.com e non agli indirizzi personali. E usare giusto un po' di buona educazione, perché altrimenti si spreca solo un sacco di tempo.

Sarà finita qui? Ma no, $GS vuole proprio cadere nel ridicolo. Di fatti torna alla carica, anche se già è dovuto scendere di qualche gradino.

A: $ME
Da: $GS
CC: $PezzoGrosso
3 Cose:
1) io povero ignorante informatico, non è giusto voi prendere per il culo me analfabeta, voi cattivi, voi crudeli
2) nessuno usare mio login, essere io che sbagliare password
3) non entro ancora

(sì, ho ancora remixato un po' le parole, ma i concetti sono quelli)

Ah, metti in copia $PezzoGrosso? Pensi di farmi paura? Povero fesso... approfittando del fatto che prima non avevo risolto tutto, sistemo definitivamente il problema e gli rispondo.

A: $GS
Da: $ME
Ok, adesso ho risolto. Guarda che nessuno vuole prenderti in giro, se al telefono ti faccio delle domande, è per capire il problema e risolverlo. Se tu non conosci una parola che dico, basta che lo fai presente e ti spiegherò in un altro modo.

Messer Coda di Paglia questa volta non ribatte. Avrà capito? Boh, non lo so. Dopo un'oretta (e dopo aver raccontato la comica ai colleghi che hanno commentato "un deficiente così può sperare di lavorare solo in un'azienda come questa...") $GS produce un'ennesima richiesta di assistenza. Sul quale non sto a dilungarmi, anche se nuovamente lamenta un presunto malfunzionamento, mentre invece la soluzione è di una banalità così allarmante da far presumere che sapesse benissimo che non c'erano problemi e cercasse solo un pretesto per proseguire la lite.

E guarda un po', a questa mail invece l'immagine della schermata l'ha allegata. Non ho ancora capito adesso se, con la figuraccia, ha imparato a fare gli screenshot, oppure se lo sapesse fare già prima ma sia così rincoglionito da ritenere più da gegno fingere l'ignoranza.

postato da: Angkarn alle ore 11:14 | link | commenti (1)
categorie: utonti
mercoledì, 07 gennaio 2009

Senza titolo

Dedicato a una vera artista, lontana da luci, paillets e dalessi vari.
Ciao Valentina.

Mi vesto come un angelo che sa
che nelle ali ha nuove libertà
e mi abbandono al gesto di volare via da te
ma non c'è traccia che ti lascerò
non c'è commedia in cui mi applaudirai
il cuore ha il passo silenzioso della neve ormai
Le tue mani mai
il tuo corpo mai
la tua mente mai più.
Il tuo nome mai
i tuoi occhi mai
la tua voce mai più.
Nessuna estate canterà il tuo addio
da questa spiaggia in bianco e nero ed io
coloro le mie labbra con un'altra identità
Per implorarti di lasciarmi qui
in questo freddo innaturale che
cancella case strade e non ha più pietà per te.
Le tue mani mai
il tuo corpo mai
la tua mente mai più.
Il tuo nome mai
i tuoi occhi mai
la tua voce mai più.
Come sabbia sei nel mio pensiero
aquila che ormai non ha più cielo
e cade in volo
La tua mente mai più
la tua voce mai più
mai mai più.
Le tue mani mai
il tuo corpo mai
la tua mente mai più.
Il tuo nome mai
i tuoi occhi mai
la tua voce mai più.
Il cuore ha il passo silenzioso della neve ormai.

http://www.italianissima.net/testi/ilpassos.htm

postato da: Angkarn alle ore 22:15 | link | commenti
categorie: sensazioni
lunedì, 05 gennaio 2009

"Il verbo si è fatto carne"

Ci sono libri che si leggono a fatica, con il passo pesante di chi trasporta un greve carico. Ci sono libri che si scolano come un bicchiere d'acqua, e dei quali non si serba il ricordo che per poche settimane.
Ci sono altri libri, che travolgono il lettore, entrandogli nelle interiora e obbligandolo a leggere ogni volta che si hanno due minuti liberi, che cantano un messaggio furente e passionale e dai quali non ci si stacca se non quando si ha finito. Sempre che ci si distacchi per davvero. Sono come certe macchie che non vanno più via. E magari sono proprio quei libri a cui si è pensato per anni, che per molto tempo si è provato a leggere, rimandando più e più volte. E poi, è successo: si viene travolti.

Era successo così, con il Signore degli Anelli. E' stato anche così per "Q", di Luther Blisset. Romanzo storico che ritorna a portarmi negli anni della Riforma Protestante: Lutero, Melantone, Calvino e tutti gli altri personaggi del Protestantesimo. E la Chiesa Cattolica, nella persona di Giovanni Pietro Carafa e del suo servo Q, stretta tra la minaccia di una nuova religione e quella di un Imperatore dal potere che pare inarrestabile.

Un anima giovane, coraggiosa, sincera lascia la vita da studente per le parole dell'uomo che incendiò la Germania: Thomas Müntzer, il Coniatore. La Rivolta dei Contadini, contro gli eserciti dei signori, contro la Riforma all'acqua di rose del frate grasso, il servo del Principe di Sassonia Federico II. E naturalmente, la Storia, severa punitrice, che riporta l'ordine precostituito: la spianata di Frankenhausen, la fine di Müntzer e del suo esercito di straccioni.

La fuga dei pochi superstiti, il celarsi per anni dietro false identità, fino a dover scappare da quelle terre per poter ancora vivere, dimenticando quella mattanza. Fino a che la Storia non torna a bussare alle porte di quello che si fa ora chiamare Lionhardt, e chi bussa è l'Anabattismo che sta per dilagare nei Paesi Bassi, tramite predicatori come Matthys, Hoffman, Jan Bockelson il Santo Pappone. E il nostro diviene Gert dal Pozzo, capitano vittorioso della citta di Münster, felicemente liberata in una notte, ferocemente caduta nell'orrore in pochi giorni. Regno della follia, della crudeltà e del tradimento, anch'essa cadrà.

E ancora una volta una fuga, un tentativo di riscatto, quasi di vendetta, con il conseguente fallimento e la nuova fuga. Sullo sfondo, perenne, il desidero di libertà di professare le proprie idee, la propria concezione di religione contro l'autoritarismo delle vecchie e nuove gerarchie, temporali ed ecclesiastiche. E dietro ad ogni fallimento, l'ombra lunga di un agente che si firma con una sola lettera: Q.

L'ultimo teatro di questo scontro, l'Italia e Venezia in modo particolare. Il protagonista, ormai anziano, non si nasconderà più, giocando tutte le carte di una partita che appare suicida. Ma che può cambiare il corso della Storia.

Una narrazione in prima persona travolgente, entusiasta e disperata; un libro di 700 pagine che talvolta sembra un monologo teatrale, un'avventura che si dipana tra decine di personaggi e vicende storiche senza perdersi. Sarò forse retorico, parziale e ignorante, ma l'ho trovato eccezionale.

postato da: Angkarn alle ore 22:05 | link | commenti
categorie: recensogni