Ci sono libri che si leggono a fatica, con il passo pesante di chi trasporta un greve carico. Ci sono libri che si scolano come un bicchiere d'acqua, e dei quali non si serba il ricordo che per poche settimane.
Ci sono altri libri, che travolgono il lettore, entrandogli nelle interiora e obbligandolo a leggere ogni volta che si hanno due minuti liberi, che cantano un messaggio furente e passionale e dai quali non ci si stacca se non quando si ha finito. Sempre che ci si distacchi per davvero. Sono come certe macchie che non vanno più via. E magari sono proprio quei libri a cui si è pensato per anni, che per molto tempo si è provato a leggere, rimandando più e più volte. E poi, è successo: si viene travolti.
Era successo così, con il Signore degli Anelli. E' stato anche così per "Q", di Luther Blisset. Romanzo storico che ritorna a portarmi negli anni della Riforma Protestante: Lutero, Melantone, Calvino e tutti gli altri personaggi del Protestantesimo. E la Chiesa Cattolica, nella persona di Giovanni Pietro Carafa e del suo servo Q, stretta tra la minaccia di una nuova religione e quella di un Imperatore dal potere che pare inarrestabile.
Un anima giovane, coraggiosa, sincera lascia la vita da studente per le parole dell'uomo che incendiò la Germania: Thomas Müntzer, il Coniatore. La Rivolta dei Contadini, contro gli eserciti dei signori, contro la Riforma all'acqua di rose del frate grasso, il servo del Principe di Sassonia Federico II. E naturalmente, la Storia, severa punitrice, che riporta l'ordine precostituito: la spianata di Frankenhausen, la fine di Müntzer e del suo esercito di straccioni.
La fuga dei pochi superstiti, il celarsi per anni dietro false identità, fino a dover scappare da quelle terre per poter ancora vivere, dimenticando quella mattanza. Fino a che la Storia non torna a bussare alle porte di quello che si fa ora chiamare Lionhardt, e chi bussa è l'Anabattismo che sta per dilagare nei Paesi Bassi, tramite predicatori come Matthys, Hoffman, Jan Bockelson il Santo Pappone. E il nostro diviene Gert dal Pozzo, capitano vittorioso della citta di Münster, felicemente liberata in una notte, ferocemente caduta nell'orrore in pochi giorni. Regno della follia, della crudeltà e del tradimento, anch'essa cadrà.
E ancora una volta una fuga, un tentativo di riscatto, quasi di vendetta, con il conseguente fallimento e la nuova fuga. Sullo sfondo, perenne, il desidero di libertà di professare le proprie idee, la propria concezione di religione contro l'autoritarismo delle vecchie e nuove gerarchie, temporali ed ecclesiastiche. E dietro ad ogni fallimento, l'ombra lunga di un agente che si firma con una sola lettera: Q.
L'ultimo teatro di questo scontro, l'Italia e Venezia in modo particolare. Il protagonista, ormai anziano, non si nasconderà più, giocando tutte le carte di una partita che appare suicida. Ma che può cambiare il corso della Storia.
Una narrazione in prima persona travolgente, entusiasta e disperata; un libro di 700 pagine che talvolta sembra un monologo teatrale, un'avventura che si dipana tra decine di personaggi e vicende storiche senza perdersi. Sarò forse retorico, parziale e ignorante, ma l'ho trovato eccezionale.